Io non sono etero. E il tuo segreto, qual è?

Questa è la storia di come ho scoperto le pratiche domenicali della religione protestante. Più o meno.

Tutto è iniziato quando ho fatto coming out con una delle mie coinquiline durante i sei mesi che ho trascorso in Erasmus, in Norvegia. Sì, mi rendo conto che la cosa non suoni strettamente collegata alla chiesa…ma abbiate fede! ( 😛 )

Vivevamo in sei, in quell’appartamento. Al terzo piano di uno studentato nella parte Nord Ovest della città di Oslo. Due francesi, un’americana, un ragazzo algerino non meglio identificato che non è mai uscito dalla propria stanza a parte la notte in cui è suonata l’allarme anti incendio, una olandese…e io. Non eravamo tutti legati e in sintonia, ma tutto sommato è stata una convivenza piacevole.

Una sera ho deciso di far provare ad alcuni di loro, e ad altri amici conosciuti all’università, la cucina italiana. No, abbassate subito le aspettative, sono la peggior cuoca che abbiate mai conosciuto! Ma con il ragù della nonna congelato nel freezer e la pasta Barilla pagata a peso d’oro al market subito fuori dalla fermata della metropolitana, poteva essere una “vittoria facile” perfino per me!

Così, la cena è andata. E alla grande! Con tanto di messaggio video inviato alla nonna con un grazie pronunciato in “tutte le lingue del mondo” dalle varie persone presenti. E a fine serata, quando tutti sono usciti, siamo rimaste io e una delle mie coinquiline – quella olandese – a pulire i piatti e chiacchierare.

Mi è servito tutto il primo mese di convivenza, per imparare a pronunciare il suo nome. Si chiamava Nelleke, ma lei stessa voleva essere chiamata Nel, per evitare che gente a caso storpiasse il suo nome in chissà quale maniera. E aveva ragione. In ogni caso, Nel è l’unica, in quell’appartamento, a non essere stata solamente una coinquilina.

Ci siamo conosciute durante il mio primo giorno lì, in modo piuttosto improbabile: le erano cadute le monetine per terra, sull’asfalto del marciapiede. Io camminavo dietro di lei, mi sono fermata e gliele ho raccolte. Tipo nei film, quando improvvisamente scatta la musica romantica e i protagonisti si scambiano un lungo, dolce e languido sguardo. Non solo. Ci siamo salutate tipo “ok, addio”, e ognuna è andata nella propria direzione, ma dieci minuti dopo ci siamo ritrovate insieme davanti allo stesso portone. Così, abbiamo scoperto di vivere nello stesso appartamento!

No, mi dispiace rovinarvi il finale, ma questo non è l’incipit di una romantica storia d’amore tra le montagne norvegesi. In compenso, è l’inizio di una bella amicizia. Un’amicizia che dura tutt’ora, a distanza di parecchi chilometri nello spazio e di più di un anno nel tempo.

Quella sera, dopo la cena italiana, Nel ha condiviso con me delle foglie di menta che aveva comprato qualche giorno prima a Grønland, il mercato delle persone “povere” di Oslo, la cui categoria comprendeva ovviamente anche gli studenti. Cioè noi. Con quelle foglie di menta ci siamo fatte il the e per un attimo è calato il silenzio.

Da quando ero arrivata a Oslo, non avevo mai raccontato a nessuno di non essere eterosessuale. Eppure, ne sentivo un bisogno enorme. Era da poco terminata la relazione più travagliata della mia vita. Con una ragazza. E io da giorni mi tenevo dentro quel tumulto, e sorridevo, e andavo alle feste. Perché parlarne non avrebbe portato con sé solo la difficoltà di doversi aprire con persone che conoscevo da appena un paio di mesi. Avrebbe forzato un coming out che, forse, non mi sentivo completamente pronta a fare in un luogo in cui non c’erano volti amici su cui fare affidamento. Eppure, quella sera mi sentivo coraggiosa. E Nel…lei poteva essere quel volto amico di cui avevo bisogno in quel luogo sconosciuto. Perché in fondo, per poter chiamare qualcuno amico, bisogna dargli fiducia, dargli l’opportunità di conoscerti e avvicinarsi a te, condividere momenti. Bisogna creare un legame. Bisogna aprirsi. E quindi…

Eccomi lì, con Nel e il nostro the alla menta per poveri, a cercare disperatamente un modo per entrare in argomento, sondare il territorio. Cosa ne penserà della comunità LGBT? Cosa mi risponderà se le dico di me? Sto rischiando di rovinare una futura possibile pacifica convivenza?

Alla fine l’ho buttato fuori un po’ d’istinto, bloccando il fiume di pensieri e semplicemente aprendo la bocca. Subito dopo averglielo detto, ho involontariamente tirato un super sospiro di sollievo. Talmente palese che lei l’ha notato e ha sorriso. Quel sorriso è stato il nodo che ha consolidato il nostro rapporto di amicizia.

Mi ha detto “E’ difficile dirlo eh“. Le ho risposto che sì, è un po’ sempre come portarsi dietro un peso. Il peso di sapere che la gente con cui parlo potrebbe rifiutare la mia amicizia se venisse a conoscenza di quella parte di me. E finché non mi tolgo questo peso con una persona, non concedo mai a me stessa di legarmi troppo a lei, perché altrimenti il rifiuto sarebbe più doloroso.

È così che, tra un discorso e l’altro, lei mi ha fatta riflettere su una cosa. Ogni persona, in fondo, porta dentro di sé questo peso. Per un motivo, o per l’altro. Per l’orientamento sessuale, per l’identità, per qualcosa che ama o odia, per qualcosa in cui crede, per qualcosa che fa parte della sua natura. Mi ha detto “Sai, non è la stessa cosa e sicuramente non ha la stessa intensità, ma capisco cosa vuoi dire. Io sono molto credente. Sono protestante e vado in chiesa tutte le Domeniche, anche qui a Oslo. Ma mi mette sempre a disagio dirlo alle persone, perché tutti traggono sempre conclusioni stereotipate su quello che viene detto loro. Se ammetto di andare in chiesa ogni Domenica, automaticamente la gente mi attacca un’etichetta, e un giudizio, sulla base di quella che è la loro esperienza personale – diretta o indiretta – con la chiesa“.

E ha ragione, Nel? Non è la stessa cosa. Non ha la stessa intensità. O forse, invece, sì. Perché ognuno di noi, in fondo, nasconde una parte di sé. E a volte non importa quanto grande sia il segreto. Importa solo che il segreto è lì, e pesa. E quel peso non è mai oggettivo. C’è chi si sente emotivamente vulnerabile perché non accetta di avere un’unghia del piede storta, e c’è chi quella vulnerabilità la collega al senso di disagio di essere nato in un corpo femminile sentendosi invece un uomo. Entrambe queste condizioni sono valide. Non si può misurare con un grafico di excel quanto qualcosa pesi, nel cuore di una persona. È tutto soggettivo, ma una cosa ci accomuna: tutti nascondiamo qualcosa dentro di noi, perché temiamo, più o meno consciamente, il giudizio di chi ci circonda.

Nel si sentiva vulnerabile per quella parte di sé, quella che credeva in Dio in un mondo in cui i giovani spesso ridono della chiesa e delle sue usanze antiquate. E aveva appena deciso di condividere con me quella parte di sé. Alla fine, in qualche modo eravamo pari. Quello era il suo modo per dirmi “Tu ti sei tolta il tuo peso, io il mio, ora guardiamoci un film e festeggiamo il fatto che ci sentiamo più vicine l’una all’altra”. E così è stato, abbiamo guardato il film più brutto di tutto l’archivio di Netflix. Ma non importa. Ci sentivamo entrambe più leggere e il the alla menta per poveri era improvvisamente diventato più saporito.

Così, la mattina successiva mi sono svegliata con la consapevolezza di avere una nuova alleata. Una che era lì, a Oslo. E non in Italia. Un’amica pronta a chiedermi, appena entrata in cucina per la colazione, un “Come stai?” che non era un come stai qualunque, ma portava con sé un “Sei triste? Lei ti manca? Posso fare qualcosa?”.

La Domenica successiva mi sono alzata presto. Ho bussato alla porta della sua camera e le ho chiesto se potessi accompagnarla in chiesa. Il sorriso che ho visto sul suo volto in quel momento non me lo dimenticherò mai.

No, non sono mai stata troppo credente. Ma curiosa sì. Molto curiosa nei confronti di tutto ciò che non conosco. Così, grazie a lei, ho scoperto cosa succede ogni Domenica mattina nella chiesa internazionale protestante di Oslo, che è un edificio a forma di piramide nera all’interno del quale si cantano le canzoni religiose in stile karaoke, mentre un prete sulla trentina collega i passi della Bibbia ai testi dei Coldplay in maniera, tra l’altro, piuttosto geniale.

Francesca

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...