My name is Andrea [Racconto breve]

Mi chiamo Andrea e mi sono sparato il 23 giugno del 2018.

Allora avevo 31 anni e non sapevo ancora nulla della vita che avrei dovuto vivere.

Ma sapevo tutto di come avrei voluto viverla.

Avevo scoperto la mia omosessualità a tredici anni. Dentro la roulotte parcheggiata nel campo dietro la  casa di campagna. Giocavo con mio cugino Michele. Provavamo tutte quelle cose che facevano i “froci”. Sperimentando le lezioni di sesso rubate da quei  rari film porno visti di nascosto e dalle immagini delle riviste come Supersex, Le Ore e G Magazine che riuscivamo a trovare tra i rifiuti del mercato del foro boario. Dove nelle giornate di sole andavamo a caccia di rane, serpi e ramarri.

Ci tirammo giù i calzoncini estivi e sdraiandoci uno sull’altro sul divanetto letto, provammo ad appoggiare i nostri piselli flosci sui rispettivi culi bianchi.

Poi il buio. Passarono indenni gli allenamenti di rugby e i finali di partita. Il nulla che accadeva nelle docce e nei terzi tempi giocati nutrendoci di carne alla brace e crostate di marmellate fatte in casa, annaffiate da fiumi di birra.

Ho affogato tutto quello che avevo dentro in quei pranzi luculliani. E in altri rituali di cibo, che più tardi mi portarono all’obesità.

Schiacciavo tutto dentro e nulla restava fuori dei miei impulsi, piaceri e sentimenti.

Passavo interi pomeriggi davanti al pianoforte  – studiato goffamente negli anni del liceo – a urlare canzoni che inciampavano tra i denti. A sputare parole e suoni tra le dita incrociate nei i tasti. Mentre i capelli crescevano. Si allungavano e restavano lunghi e arricciati. Color rame.

La miopia mi faceva percepire – in  quel mondo mondo ovattato, confuso e inospitale – solo alcuni bagliori tra la nebbia. E tutto questo alimentava la una bulimica voglia di oblio. Un desiderio che continuava a crescere come una creatura che mi viveva dentro. Come gli echi dei  no che gridavo da bambino quando indispettito negavo ogni ordine a mio padre.

Alcune volte, a diciassette anni,  toglievo gli occhiali e giravo per le strade del  quartiere fino al muretto, il nostro luogo di incontro. Cercando di riconoscere in lontananza  le persone da come si muovevano. Da come camminavano o gesticolavano.

Avrei voluto cancellarmi.

Mia sorella era lontana. Mia madre si era nascosta nella disperazione di un matrimonio perfetto. Nutrita solo dal suo lavoro.

Solo la presenza di mio nonno novantenne mi consolava. Restava tutto il giorno seduto in cucina, sotto il piccolo televisore appoggiato sopra il frigorifero bianco. Vicino alla porta. Totalmente assente. E gli parlavo per pomeriggi interi. Nelle nostre solitudini. Come si parla a se stessi davanti allo specchio. Mentre il suo volto rugoso ammuffiva lentamente sotto il cappello di feltro e le mani piegate dagli anni abbracciavano il bastone nodoso incastrato tra le ginocchia. Aveva sempre il cappotto addosso. Come se dovesse partire da un momento all’altro.

Quando se ne andò si portò via con sé la parte nascosta di me.

Poi venne il giorno in cui me ne andai. Non fu facile prendere la decisione, ma non fu nemmeno poi così difficile andarsene da quella piccola città. Gli anni dell’università furono notti di incontri, feste e tantissima droga.

Riuscii a pesare trenta chili in meno. A togliermi gli occhiali. E ad indossare un giubbino di pelle. Stivali di pelle. Gonna attillata di pelle e calze a rete. Solo i capelli restarono lunghi. Ero conosciuta come “la Rossa”. “Divina la Rossa” mi chiamavano. E quando passavo io non ce n’era per nessuna.

Fumavo Rothmans blu finissime che restavano immancabilmente sporche del rossetto. Un rosso talmente vivo che potevi riconoscere le mie cicche tra mille mozziconi.

Ma ora di rosso riconosco solo il mio sangue. Che vedo appena. Mi sono sparata nella terrazza di casa. C’era la mia festa e i  vecchi amici del liceo mi erano venuti a trovare. Fino qui, a Londra. Mi avevano fatto una sorpresa. Mio cugino Michele – che non riusciva mai a farsi i cazzi suoi – gli aveva dato l’indirizzo esatto. “ Buuuh, sorpresaaaaa!” . gridarono davanti alla porta. Poi si guardarono intorno e lentamente i loro sguardi cambiarono. Erano quasi impauriti.

Non mi stupì poi più di tanto. I loro volti ebbero la conferma di ciò che in fondo avevano sempre saputo. Fui contenta di rivederli e parlammo tanto e bevemmo e fumammo insieme come non facevamo da anni.

Mi ricordo che c’era tanto alcool. Mio marito Arthur non la smetteva di fare cocktails e tempestava i miei vecchi compagni di domande sul mio passato.

Fino a quando Mario – la “mamma colonnello” dei ragazzi del muretto – non raccontò che era entrata in Finanza. Grazie alla raccomandazione di un suo zio tal dei tali e alla necessità di sistemarsi, ora che lei e Francesco avevano adottato un bambino e vivevano già da qualche anno insieme. Giorgio, l’indeciso del gruppo,  stava “seriamente” pensando alla transizione. Ma di questo erano anni che ne parlava e avrebbe potuto scrivere un trattato di teoria e filosofia della transizione che neanche Kant e Freud messi insieme avrebbero potuto eguagliare per lunghezza. Anche quella sera glielo sentimmo ripetere più volte. “Questa volta lo faccio, giuro che questa volta lo faccio”. Ma nel frattempo aveva preso la sua bella cattedra in filosofia, dopo anni di precariato e di promesse non mantenute. Quella sera Giulia stringeva la mano di Sara. Credo di non avergliela vista mai lasciare. Era bello vederle finalmente serene. Mostravano sorridenti a chiunque la foto di Saul, il loro gatto siamese.  Eravamo felici. Eravamo di nuovo tutte e tutti insieme. E loro non si aspettavano di vedermi cosi serena. Vestita in modo elegante. Stretta in un tailleur  pantalone bianco e dai tagli sartoriali. Con il foulard viola che mi carezzava il collo e le spalle. In una casa arredata in stile moderno e molto curata nei particolari. Con oggetti di design che non ostentavano il valore di un appartamento a Notting Hill. Ma lo rendevano molto accogliente. Il disagio iniziale di ognuno svanì dopo che ci guardammo negli occhi e ritrovammo i nostri sguardi. E non ci sentimmo più traditi.

Il resto non lo ricordo. Forse successe tutto quando Francesco rubò per gioco la pistola a Mario e io gliela tolsi di mano. Non avevo mai tenuta stretta una pistola. Avevo paura. Questo sì, lo ricordo. La osservavo e la pesavo tra le dita. Mario si avvicinò e mi disse. “Non ti preoccupare che è scarica. E comunque la prima cosa che devi  sempre fare –  Capito?  – Quando hai in mano una pistola,  è di controllare la sicura..”.

Il resto è la storia della vita che non ho vissuto.

Guardai in faccia la Beretta 92Fs. Diritta nella canna. Per una volta volevo capire che cosa si prova. Poi un forte suono ovattato mi riempì la mente.  I loro volti  mi entrarono negli occhi. Sembravano giganti che si agitavano e gridavano.  Ma dalle loro bocche non usciva alcun suono. I loro movimenti erano così lenti.

Il mondo sfocò in un secondo. Come quando mi facevo il bagno nella vasca di casa, la domenica mattina, prima di essere accompagnata alla messa. Tiravo indietro la testa,  immergendo la nuca e  le orecchie. E l’acqua mi accarezzava i bordi degli occhi e delle narici.

Marco Iacoboni

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