Coming out to my ex boyfriend

Cinque anni fa mi sono trasferita a Bologna per cominciare l’università. La mia vita in quella nuova città è cominciata in modo un po’ burrascoso.

Sette giorni dopo essermi trasferita, ho lasciato il mio ragazzo. Quattro anno di amicizia profonda più ulteriori due anni e mezzo di relazione svaniti in un solo pomeriggio. Stringevo tra le mani il mio cuore a pezzi e i miei sogni infranti. La mente affollata di flash back. Io e lui in riva al mare a mezzanotte. Lui che canta in piedi sul mio letto con un manico di scopa in mano. Una giornata trascorsa ad esplorare Venezia. Un succhiotto sul mio collo che ci ha messo settimane ad andarsene. Un viaggio ad Edimburgo. Una parola fuori posto, uno sguardo offeso, un litigio per qualcosa che improvvisamente non sembrava più così importante. Un cappuccino insieme al solito bar. La prima volta che abbiamo dormito abbracciati. Ancora, ancora e ancora.

Era stato lui, con la sua fantasia e la sua dolcezza, a dipingere giorno dopo giorno il quadro del nostro futuro. Mi aveva desiderata per quattro anni. Mi aveva avuta per poco più di due. E, infine, mi aveva lasciata andare.

Non era più innamorato di me, me ne aveva parlato settimane prima. Quello che gli mancava era solo il coraggio di dirmi addio. Dopo numerose notti insonni, tanti tentativi vani di recuperare quello che si era perso e troppe amare lacrime di frustrazione, quel coraggio l’ho trovato io. Piangeva anche lui, quando ci siamo salutati, seduti sulla panchina di un parco in cui tante volte in passato ci eravamo baciati. I suoi occhi mi chiedevano scusa. Scusa se non sentiva più quel fuoco dentro. Scusa se non mi amava più. Scusa se le promesse che ci eravamo fatti non sarebbero state mantenute. È stato quello sguardo, a salvare noi e quel rapporto.

Ho attraversato tutte le fasi che ogni persona affronta alla fine di una relazione.

So che non stiamo più insieme, ma ti prego, scriviamoci lo stesso, diamoci il buongiorno, dimmi come stai, raccontami la tua giornata e continua a preoccuparti per come mi sento io.
Ho bisogno di smettere di parlarti, non farti più sentire, ti prego, perché ti amo e tu non mi ami più, e non riesco a farmene una ragione. Sono incazzata con te, per tutto quello che hai distrutto.
Ora che sei davvero scomparso dalla mia vita, posso barcamenarmi tra festini a base di alcool e notti depresse ad abbracciare il cuscino. Posso stamparmi un sorriso sul volto e affrontare questa nuova città, questa nuova università, queste nuove persone che non sanno niente di me. E poi posso tornare a casa la sera, stanca, e piangere sotto la doccia. Piangere fino a trovare la forza di accettare la realtà, rialzare la testa, vestirmi bene, pettinarmi, perdonarti, capirti, perfino ammirare la sincerità che mi hai dimostrato il giorno in cui mi hai detto “non ti amo più”.

Sono trascorsi mesi. Mesi di “sali e scendi come in borsa, chiudendo in negativo”, come dice la canzone di Biagio Antonacci. Lunghi mesi durante i quali non ho più saputo nulla di lui. Finché un giorno, in sordina, in modo quasi naturale, la chiusura è avvenuta in positivo, e allora ho deciso di riscrivergli. Scrivergli per fargli sapere che avevo ritrovato la felicità e il sorriso, che non ero più innamorata di lui, ma soprattutto che lo rivolevo nella mia vita. Perché mi mancava il mio migliore amico.

Per quanto questo finale alla vissero tutti felici e contenti sembri la conclusione di una scadente favola condita con troppo miele e poco realismo, non c’è niente di romanzato in questa storia. A volte, certe cose assumono un senso solo se viste a distanza di tempo e da una prospettiva più matura. Questo ragazzo, oggi, è una delle persone più importanti della mia vita. Conosco il suo cuore, conosco la sua mente, conosco il suo corpo. E a legarci ora è un profondo rispetto, ma soprattutto l’affetto fraterno di chi ha condiviso tutto, ma veramente tutto. Sogni. Esperienze. Sfide. Prime volte. Progetti. Dolore.


A quasi quattro anni di distanza da quella mattina al parco, quando ci siamo lasciati, ci siamo ritrovati in un giorno qualunque seduti insieme, alla mensa universitaria di Bologna, a mangiare cibo della CAMST. Succedeva spesso, in quel periodo. Ci incontravamo sempre un po’ di corsa, ritagliando momenti preziosi tra la mia frequenza obbligatoria alle lezioni della magistrale di economia e i suoi volumi di ottocento pagine su cui studiava per gli esami alla facoltà di lettere. Molti chilometri ci separavano, nel tempo e nello spazio, dalla nostra vecchia scuola superiore, ma a modo nostro eravamo ancora gli stessi ragazzini, solo con la voce e gli occhi un po’ più adulti.

In quegli anni, mi era stato accanto nei miei periodi più bui e nei miei periodi più sereni. Sicuramente, però, quello che stavo per rivelargli non lo sospettava neanche per sbaglio.

Ho una relazione con una ragazza. L’ho sussurrato, con la voce quasi spezzata, mentre giocherellavo con il cibo nel piatto. Il fiato corto. Lo sguardo fisso su di lui. Ero terrorizzata, letteralmente pietrificata, attenta a scorgere qualsiasi esitazione o nota negativa nella sua reazione. Ma non c’è stato niente di tutto quello che temevo.
< Quindi è tutto qui? Mi avevi fatto preoccupare! > ha risposto lui < A giudicare dalla tua faccia, pensavo mi volessi dire che avevi una malattia terminale! >. Ho cominciato a mangiare solo in quel momento, con la mente di nuovo leggera, mentre ridevamo insieme. Qualsiasi cosa sia, vivitela, mi ha detto.

Mi ha dato questo consiglio con un’estrema leggerezza e una meravigliosa naturalezza. Sentivo il bisogno di aggiungere qualcosa, come se quella mia rivelazione necessitasse di una giustificazione o di un chiarimento: dopo di lui, avevo avuto una relazione di quasi tre anni con un altro ragazzo. Senza contare il fatto che non gli avevo mai, prima di quel momento, dato modo di sospettare di desiderare qualcosa di diverso da un uomo. Ma lui non aveva bisogno di spiegazioni. Dal suo punto di vista si riduceva tutto ad un semplice imperativo: vivitela. Quella ragazza mi faceva stare bene in quel momento della mia vita, e la cosa più logica era smettere di tormentarmi con domande inutili e godermi quel rapporto con lei, di qualunque cosa si trattasse e qualunque implicazione avesse.

Il suo consiglio, riassunto in quella singola, apparentemente semplice, parola, non era casuale. Vivimi è una canzone che ha segnato molti momenti felici quando stavo insieme a lui. Ci legava in modo implicito, in una specie di patto silenziosamente suggellato quando, una sera durante la nostra relazione, siamo andati insieme ad un concerto di Laura Pausini e lui mi ha baciata sulle note di quella canzone.

È ovvio che sei rimasta amica con il tuo ex ragazzo: quando eri più piccola pensavi di amarlo, magari, ma ora hai capito che ti piacciono le donne. Questo vuol dire che lui era solo una copertura. È facile rimanere amica con qualcuno che non hai veramente amato.
Queste sono le parole che qualcuno – evidentemente non avendo ben chiaro il significato della parola bisessuale – mi ha detto quando, durante il mio primo anno di magistrale, Laura Pausini è tornata in Emilia Romagna e io ho chiesto al mio ex ragazzo di andare di nuovo al suo concerto, insieme.

L’ho conosciuto alla scuola media. Dieci anni dopo, all’università, lui era lì ad abbracciarmi, sotto il palco, mentre Laura Pausini cantava. E quell’abbraccio sussurrava non importa se io sono il tuo ex ragazzo e tu ora stai con una donna. Non importa se le nostre strade portano in direzioni diverse. Non importa se non abbiamo mantenuto quelle promesse che ci siamo fatti in passato. L’unica promessa che davvero contava l’abbiamo mantenuta: volerci bene e rispettarci. E per volersi bene, non servono regole né etichette.

Francesca

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