Noli respicere post tergum [Racconto breve]

Lo notai subito. Appena spalancai la porta del pub i miei occhi conversero sulla sua figura, come un magnete attratto da una lastra di ferro. Stava seduto su uno sgabello al bancone, i gomiti ivi appoggiati. Con le dita di una mano si massaggiava il labbro inferiore della bocca, per un qualche fastidio o forse per vezzo. Con l’altra cingeva un bicchiere con dentro due dita di un liquido incolore, probabilmente gin. Gli occhi senza espressione fissavano un punto imprecisato del locale ed erano belli.

Non so per quale motivo la sua figura mi incuriosì tanto, ma so che senza accorgermene mi ritrovai seduto accanto a lui a ordinare una doppio-malto media, felice del fatto che nessuno gli si fosse avvicinato prima di me.

Quando arrivò la mia birra, ruotai impercettibilmente il volto nella sua direzione per riuscire a osservarlo con la coda dell’occhio. Mi sentivo in soggezione, piacevolmente teso. A un certo punto portò alle labbra il bicchiere e, quanto tirò indietro la testa per sorseggiare la bevanda, i morbidi ricci neri, che incorniciavano il suo viso, dondolarono armoniosi rilasciando nell’aria il loro profumo buono, ma forse era solo suggestione.

Dalla pressione dei bottoni della patta dei pantaloni mi accorsi di avere un’erezione. Ero eccitato.

Una vampata calore si propagò per tutto il mio corpo, così appoggiai il boccale di birra a turno su entrambe le guance per trovare sollievo nella condensa formatasi sul vetro.

Per riprendere contatto con la realtà guardai l’orologio, che segnava le undici meno cinque. Sandrine mi avrebbe dovuto raggiungere a momenti, anche se, considerando i ritardi cui mi aveva abituato nel tempo, ero certo che non si sarebbe fatta viva prima di altri venti, trenta minuti. Giudicavo la sua incapacità a essere puntuale come una mancanza di rispetto nei miei confronti, un suo limite. Adesso, però, ci contavo, poiché speravo di restare il più a lungo possibile nel limbo dell’attesa vicino a lui.

Una risata fragorosa mi offrì l’occasione per voltarmi nella sua direzione. Fu allora che, seguendo con lo sguardo la silhouette del suo corpo, notai il contenitore alla base dello sgabello su cui stava seduto. Sembrava la custodia di una chitarra o di un qualche altro strumento simile.

Incapace di trattenermi ancora, azzardai: «Musicista?»
Nessuna reazione seguì al mio goffo tentativo di rompere il ghiaccio.

Fingendo nonchalance, alzai il boccale di birra per berne un sorso e riprendermi dal disagio che in quel momento provavo. La tensione l’ebbe, però, vinta su di me e la birra finì per andarmi di traverso. Tossii per quasi un minuto disperato, più per la figuraccia che per il timore di rimanere davvero soffocato (cosa che in realtà mi auspicavo). Alla fine riuscii a ricompormi, anche se sapevo che l’incarnato del mio volto doveva essersi saturato di magenta.

Fu allora che notai che lui mi stava porgendo un tovagliolino di carta.

«Tieni. Non l’ho usato.»

Mi guardava con le labbra appena increspate da un sorriso, che la fissità degli occhi rivelava come non sincero. La mano era tesa per offrirmi il suo aiuto.

Presi il tovagliolo solo per riuscire a sfiorargli la mano. Era fredda. Le mie dita fremettero impercettibilmente a quel tocco, ritraendosi una frazione di un secondo prima di tornare, senzienti, a carezzare la liscia superficie delle sue.

«Grazie mille», bisbigliai.

Un attimo prima che la durata del nostro contatto diventasse imbarazzante, portai il tovagliolo al naso alla ricerca di qualche traccia olfattiva della sua pelle. Quindi mi tamponai le labbra nel punto esatto in cui le sue dita si erano posate e chiusi gli occhi con voluttà, per godere al massimo di quella nostra indiretta unione.

«Sei un musicista?» Chiesi di nuovo, fissando la custodia ai suoi piedi.

«Sì», sussurrò piano, tornando a guardare oltre il bancone.

Con una sorsata finì il suo drink, poi con la mano destra alzò il bicchiere vuoto facendolo oscillare fino a che il barman non se ne accorse e fece un segnale di assenso col volto.

«Giornataccia?» Tentai per cercare di riprendere la parvenza di conversazione che avevamo avviato qualche istante prima.

Lui si voltò verso di me e incominciò a guardarmi dritto negli occhi senza parlare.

Turbato da quello sguardo gentile e soggiogatore insieme, abbassai i miei e deglutii la poca saliva che avevo ancora in bocca. Per inumidirmi la gola sorseggiai cautamente la mia birra.

«Raccontami», gli chiesi senza quasi rendermene conto.

Lui sospirò profondamente e buttò giù un’altra sorsata dal bicchiere, che il barman nel frattempo aveva provveduto a riempire di nuovo. Quindi, cominciò a parlare.

La sua era una storia come tante. Nessun mistero si nascondeva dietro ai suoi silenzi: era stato semplicemente lasciato dal compagno, ovvero il vocalist dalla band in cui suonava, dopo che quest’ultimo aveva scoperto il suo ennesimo tradimento.

«E così mi ha buttato fuori dal gruppo. Si vede che non era proprio destino», concluse.

«Sono cose che succedono. Non capisco perché scomodare il fato per …»

Non appena mi accorsi del dolore che la sua espressione tradiva, mi pentii delle parole che avevo appena pronunciato. Terminai d’un fiato la mia birra e provai ad aggiungere:

«Scusami. Non dovevo permettermi un commento tanto superficiale. Solo mi dispiace che ne soffri ancora dopo… Dopo tanto tempo.»

I suoi lineamenti si distesero un poco e un sorriso malinconico si formò sulle sue labbra.

Mentre lo stavo guardando, mi sentii avvampare d’un tratto dal desiderio di abbracciarlo, di stringerlo a me e baciare quella bocca che avevo guardato muoversi ammaliato pochi istanti prima.

Ruotai con uno scatto lo sgabello nella sua direzione e finii per urtare la sua gamba col ginocchio. D’istinto mi venne di appoggiare la mano sulla sua coscia e chiedere «scusa».

Lui si ritrasse un attimo per ricomporsi e, nel rassicurarmi che non si era fatto niente, posò la sua mano sulla mia.

Nel momento esatto in cui pensavo che era fatta, mi arrivarono le notifiche di almeno dieci messaggi su WhatsApp. Dato che era impossibile ignorarli, mi sfilai il cellulare dalla tasca posteriore dei pantaloni e li lessi in anteprima senza aprire l’applicazione. Quando lui si scostò da me per farmeli scorrere in privato, maledii me stesso, per non aver tolto la suoneria al telefono una volta entrato nel locale, e maledii Sandrine, per quel viziaccio che aveva di dividere anche le frasi più semplici in almeno cinque invii.

Unica nota positiva: se si era scomodata a scrivermi per avvertirmi che tardava, significava che non sarebbe arrivata nel locale ancora per un bel po’. L’incanto di un attimo prima si era, però, trasformato nel frattempo in disagio per entrambi, così, per cercare di ricreare l’atmosfera appena persa, lo incitai a continuare la sua storia.

Non appena ebbe terminato il racconto, vidi una lacrima brillare tra le sue ciglia di seta. Com’era triste e bello insieme. Con un’audacia che fino a quel momento non mi era mai appartenuta, appoggiai i palmi delle mani ai lati del suo volto, facendo aderire le dita a quelle orecchie perfette da mordere e da leccare. Lo tirai verso di me e lo baciai con un trasporto che non avevo mai provato per nessuno, quasi a voler succhiar via dalla sua bocca e dal suo cuore tutta quella sofferenza e farla mia.

«Per me è la prima…» Provai a sussurrare, ma lui non mi lasciò finire.

Fu un bacio lungo e appassionato, selvaggio, come se entrambi fossimo fatti solo di istinti. Quando mi staccai, vidi ancora la piccola gemma risplendere nei suoi occhi. Allora mi avvicinai di nuovo a lui per leccargliela via. Aveva un sapore amaro e primitivo, come quello della terra. In quell’istante capii che non sarei più potuto tornare indietro.

Fu a quel punto che vidi Sandrine ferma all’ingresso del pub che ci fissava. Il suo volto era privo di qualsiasi espressione. Chissà da quanto tempo era entrata. Ero certo mi avesse visto mentre lo stavo baciando. Non me ne curai, come non mi curai di correrle dietro, come forse si aspettava, quando se ne andò dal locale sbattendo la porta. Era una donna orgogliosa e io ero sicuro che non avrebbe più voluto saperne di me, ma non mi importava. Ci avrei pensato l’indomani o forse mai più.

«Andiamo», sussurrai nell’afferrargli la mano.

Lui si caricò la borsa sulle spalle e, adesso sorridendo davvero, strinse forte la mia mano nella sua prima di venir via con me.

Francesca Sedda

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