Sono gay, se mio padre lo scopre mi uccide: la storia di Claudio [Parte 2]

Se non hai letto la prima parte della storia di Claudio: Sono gay, se mio padre lo scopre mi uccide: la storia di Claudio [Parte 1]

…Una sera, appena tornato dalla palestra, sono andato a vedere un concerto del pianista di Lucio Dalla. Durante la serata, mi ha scritto su un’app un ragazzo di Mantova, che momentaneamente si trovava a Ravenna in vacanza al mare. Ho deciso di incontrarlo, mi ha invitato nel suo hotel. Abbiamo fatto sesso. Più e più volte. Tutta la notte. Potete immaginare l’impatto che ha avuto quella sera così focosa su di me. Luca era bellissimo poi, occhi chiari, biondo e corpo stra tonico…

I miei non sono mai stati d’accordo a farmi uscire di notte, quindi mia mamma non doveva scoprire che io non ero rientrato. Alle cinque del mattino sono corso a casa e mi sono finto addormentato, per evitare che mia mamma si accorgesse della mia assenza, uscendo per andare al lavoro. Nell’istante in cui lei è uscita, mi sono catapultato di nuovo in hotel da lui. È stata una notte talmente pazza, folle e intrigante, che in poco tempo ho perso la testa per lui.

Quella mattina ho fatto una cosa che non avevo mai fatto con nessun ragazzo: ho messo un selfie di noi due insieme come immagine profilo di whatsapp. Appena mia mamma ha visto quella foto, mi hai detto “Chi è quel frocio? Togli quella foto! Sai che tu sei stato sempre diverso dagli altri? Da piccolo giocavi con le bambole, ora giri con tanti froci. Claudio, se scopro che sei frocio ti inficco un coltello nel cuore“. Testuali parole. Me le ricordo molto bene.

Da quel momento ho perso la considerazione nei confronti di mia mamma, avevo il giusto pretesto per mandare a cagare tutti… mio padre era quello che era e ora ci si era messa pure lei. Dopo quel discorso tutto quello che mi chiedeva di fare non lo facevo, o facevo il contrario. Avevo deciso di mancarle di rispetto e sfidarla, fare il ribelle.

Due giorni dopo ho deciso di andare a Mantova, perchè mi mancava tanto Luca. Gli ho fatto una sorpresa e sono andato a trovarlo. È stato bellissimo, lui era felicissimo. Il mio piano era di tornare a Ravenna entro mezzanotte, in modo che i miei non facessero storie e non si accorgessero della mia pazzia, ma quando è arrivata la sera e l’orario per ripartire stavo troppo bene lì, con lui, e non volevo andarmene. Ho telefonato a mia mamma, le ho detto che mi fermavo a bere qualcosa a Forlì con i miei compagni di università e avrei dormito da loro perchè, bevendo, non avrei potuto guidare. La scusa non è andata a buon fine, perchè mia mamma mi ha suggerito semplicemente di non bere. Non l’ho ascoltata, sono comunque rimasto là.

Le due sere successive sono rientrato tardissimo in casa. Avevo impegni canori. Al terzo giorno, ho deciso di partire di nuovo per Mantova. Al quarto giorno, dopo una notte passata fuori senza permesso e due notti che facevo tardissimo a casa, ho avvisato mia mamma che sarei tornato tardi perchè sarei andato in palestra. La reazione? Incazzata nera, mi ha accusato di essere ormai solamentre un ospite in casa e mi ha chiuso il cellulare in faccia.

Quello è stato il movente per rinunciare all’idea di andare in palestra ed imbarcarmi nell’ennesimo viaggio a Mantova. Ho guidato per ore, per poi scoprire – una volta arrivato là – che Luca, il ragazzo con cui mi stavo vedendo, non c’era. Era fuori città per lavoro. Ci siamo ritrovati a litigare… si era arrabbiato con me perché avrei dovuto avvisarlo prima di partire. Lui era a Ferrara per lavoro e non poteva tornare a Mantova, quindi l’unica soluzione era ritornare. Me ne sono andato. Ero incazzato con mia mamma per tutto il contesto, ero triste perché avevo litigato con Luca, mi sentivo solo e completamente furioso e fuori pioveva a dirotto. Dopo due minuti al volante, sono finito dentro ad un fosso. Mi sono sentito disperato e terrorizzato. Chi potevo chiamare? Ero solo.

Ho chiamato Luca, con cui avevo appena litigato. Era ancora arrabbiato con me e d’istinto mi ha risposto “arrangiati”. Alla fine ho chiamato mia mamma, le ho detto che ero a Mantova con degli amici (quindi non la verità) e che ero finito in un fosso, che ero arrabbiato con lei e che forse andava anche bene così, perché mi volevo ammazzare in quel momento. Era la verità.

Lei si è spaventata, naturalmente. Mi ha supplicato di tornare a casa. Mi ha mandato i soldi per il carroattrezzi, 150 euro buttati al vento. Sono tornato a Ravenna. Al ritorno mi confessò che era stata costretta a raccontare a mio padre del mio incidente in auto, per poter giustificare i spesi per il carroattrezzi. Mi ha sequestrato la macchina.

Mio padre sapeva del fosso e sapevo come avrebbe reagito la sera quando sarebbe rientrato. Sicuramente solo complimenti come “Coglione di merda” e “Figlio di puttana“. Mi avrebbe ulteriormente mortificato per essere finito in un fosso con la macchina. Come se già io, da solo, non mi sentissi abbastanza uno schifo.

Ho fatto le valigie, di nuovo… non potevo subirmi l’ennesima scenata violenta di mio padre. Decisi di fronte a mia mamma di andarmente per sempre.

Ho saluto tutti i miei amici, è stato un addio straziante durato centinaia di messaggi… ma ero sinceramente deciso a scomparire da lì per sempre e ricominciare da un’altra parte la MIA vita, dove sarei stato libero di amare Luca davanti a tutto il mondo. Ho preso il primo treno per Mantova. Luca mi aveva detto che se avessi avuto bisogno, a casa sua avrei sempre trovato una porta aperta… Mi fidavo di lui, e contavo su quelle parole, che erano il mio ultimo appiglio di speranza in quel momento. Gli ho scritto un messaggio per avvisarlo che sarei andato da lui. Mentre aspettavo il treno per andare a Mantova, mi ha telefonato mia zia. “Non ti è passata, vero?” mi ha chiesto. Zia, essere gay non è una cosa che passa! Finalmente, le ho chiesto di dire la verità a mia mamma. Volevo che, se non altro, mia madre potesse capire il perché di tutto quello che stavo facendo. In fin dei conti le voglio bene ed era giusto che lei sapesse la verità e capisse realmente cosa stava succedendo nella nostra famiglia da mesi. Che potesse capire che ero sempre io, il ragazzo di sempre, onesto, buono, sensibile. Anche se non mi riconosceva più perchè dicevo bugie e facevo pazzie ai suoi occhi inspiegabili.

Una volta scoperta la verità, mia mamma mi ha teleonato. Mi ha detto che, in fondo, lo aveva sempre saputo che ero gay. E che non dovevo preoccuparmi, che mi accettava per ciò che ero. “E allora perché mi hai detto che se avessi scoperto che sono frocio mi avresti ficcato un coltello nel cuore?”. Voleva solo mettermi paura, mi ha confessato…aveva lo scopo di proteggermi. Da mio padre.

La capisco. Ora la capisco. Magari non aveva avuto la reazione più lucida del mondo, ma la sua intenzione era genuina. A quel punto, stavamo entrambi piangendo al telefono. Su quel treno, al telefono, ho riscoperto mia madre. E per la prima volta, dopo 20 anni, sentivo di non essere solo. Da quel momento in poi avrei potuto dirle tutta la verità.

“Claudio, fai bene ad andartene” mi ha detto, al telefono “Hai ragione: se lo scopre tuo padre è la fine. Non ti preoccupare, ti mando un po’ di soldi”.

Una volta arrivato a Mantova, dopo 4 ore di treno, un’ora a piedi, mezz’ora di pullman per raggiungere la periferia, è sopraggiunto l’ennesimo evento che rende questa storia vera ancora più surreale: Luca mi ha guardato negli occhi e mi ha detto “Non sono pronto per una convivenza. Tra l’altro la sera in cui ti ho detto che ero a Ferrara per lavoro in realtà ero con un altro ragazzo. Claudio, vattene”.

Me ne sono andato. In quel momento non avevo una famiglia, amici, amore, casa, macchina, nulla.

Ero stanco morto. Non mangiavo da due giorni. Facevo ancora fatica a dormire per via dell’ansia che l’incidente in macchina mi aveva causato e per tutto il contesto che si era creato. Ho fatto l’autostop per arrivare fino alla stazione di Mantova, dove ho preso il primo treno per Milano.
Perché Milano? Ho pensato che, se dovevo fare il barbone, tanto valeva farlo a Milano. Perché almeno lì, avrei avuto una piccola speranza: quella di poter usare la mia voce per fare soldi. Poter cantare per la strada e magari, in una città come Milano, essere notato da qualcuno. Era un piano parecchio azzardato, ma non avevo assolutamente niente da perdere. Non avevo più niente.

Ma una mamma… quella avevo appena scoperto di averla. Quando sono arrivato a Milano ero distrutto. Morivo di fame. Ho passato l’intera notte seduto dal kebabbaro. Non avevo le forze di fare niente. Ad un certo punto, nel mezzo della notte, mia mamma mi ha scritto un messaggio dicendomi: ho il cuore spezzato, non ce la faccio a sapermi così lontana dal mio bambino…
Voleva che tornassi.

Sono tornato, a patto però che non avremmo detto niente a mio babbo sulla mia omosessualità. Mai.

La situazione, ora, è più serena. Mio babbo non sa ancora nulla, di me.

Qualche giorno fa ho parlato a mia madre di un ragazzo con cui mi sto sentendo in questo momento. Avevo paura del suo giudizio, invece lei mi ha risposto “Bellino! Mi piace!”. Era proprio contenta e sentirla in quel modo mi ha reso immensamente felice.

Ad oggi, posso dire di aver riscoperto mia madre. Ma soprattutto, di aver scoperto una forza interiore che non sapevo di avere. Tutti quei viaggi, Ancona, Mantova, Milano, da solo, senza dormire, senza mangiare, senza speranza, pur di essere felice ed essere me stesso, sono stati ciò che mi ha fatto scoprire ciò che sono.

Voglio essere me stesso, senza scendere a compromessi con niente e nessuno. E la paura c’è ancora. So che se mio padre lo scoprisse, mi ucciderebbe. Lo so. Ma preferisco morire sapendo di essere stato me stesso e di essere stato felice, piuttosto che continuare a nascondermi e vivere nel terrore di un quotidiano incubo, come facevo prima.

Claudio, 21 anni, queer

 


La rubrica Let’s get loud è nata con l’intento di raccogliere in un unico luogo virtuale le opinioni e le esperienze di vita delle persone LGBT+ e non in Italia. Ogni storia è diversa e merita di essere raccontata. Puoi contribuire alla rubrica scrivendo la tua storia all’indirizzo e-mail: allhumanslgbt@gmail.com.


 

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