Bambino legge al tramonto

Questa è la storia di un ragazzo diverso…

Questa storia comincia ad un’età imprecisata tra quella in cui si comincia a capire che le altre persone sono diverse da noi e quella in cui si finisce per chiedersi perché diavolo certe persone siano così diverse da noi.

Parla di un bambino come tanti che di simile ai tanti ha purtroppo o per fortuna ben poco. Un bambino che preferisce giocare con le bambole della sorella piuttosto che coi camioncini e le action figures di qualche supereroe in mutandoni e mascherina; un bambino che ama le donne e le sceglie per amiche, che parla poco coi maschi e un po’ li odia e un po’ l’invidia.

Questo bambino ha solamente otto anni quando qualcuno, passando per i corridoi, gli grida dietro “ehi, puppu!” – che nel suo dialetto vuol dire qualcosa come frocio”, “ricchione o simili -. Il bambino in questione non ha idea di cosa voglia dire, o del perché abbiano deciso di chiamarlo a quel modo, così va a casa e chiede alla mamma cosa significhi “puppu”. Lei glielo spiega, nel modo più delicato del mondo, e al bambino un po’ si spezza il cuore, perché ha otto anni e non capisce nemmeno perché mai uno a otto anni debba preoccuparsi di una cosa così: di una cosa che i grandi trattano con la stessa delicatezza con cui disinnescherebbero una bomba. La mamma non sospetta nulla, crede che il bambino di questa storia sia solo un piccolo individuo in formazione pieno di curiosità, che sente cose, che vede cose, che si chiede cose.

Ma il bambino torna a scuola e ogni giorno si sente chiamare “puppu”. Puppu se gioca con le sue due migliori amiche a “facciamo che l’astuccio è una casa e le matite i genitori e i temperini i figlioletti”. Puppu se in palestra corre meno degli altri. Puppu se negli spogliatoi della piscina non se ne sta a palle all’aria per il gusto di mettersi in mostra e si copre col telo nel tragitto dalle panche alle docce.

A un certo punto, però, il bambino decide di cercare su internet cosa voglia dire essere gay e al primo clic gli si apre un mondo che trova disgustoso, ma di cui tutti i suoi amici non fanno che parlare. Li chiamano “filmini”, “porno”, “video di gnocche” e cose così; ma lui ha cercato “gay” su Google e i video che trova lo sconvolgono parecchio.

Comincia a chiedersi se quelle non siano le cose che il mondo si aspetti da un “puppu”: perché lui è  un puppu, no? Se tutti lo dicono – se loro, che sono così magri, così belli, già pieni di fidanzatine, lo dicono – non può che essere vero, no?

Così il bambino cresce, diventa un adolescente, un uomo. Comincia a sentire delle cose, a fare delle cose, con delle ragazze, e capisce che quelle cose lì gli piacciono molto, che il suo corpo le apprezza, che il suo cuore le brama. E allora che vuol dire? Che non avevano ragione? Che si è convinto di essere gay per poi scoprire che forse non lo è?

Confuso, perplesso, incazzato, cerca di trovare un senso, di capire come fare a scrollarsi di dosso la sensazione di essere additato, escluso, non scelto durante le ore di educazione fisica, visto di sottecchi perché magari quando urla assomiglia più a una gatta in calore che a un uomo. Ma quella sensazione è sempre lì, dietro l’angolo, pronta a ricordargli che lui non è come gli altri. Che lui non è all’altezza.

Una semplice parola: puppu. Una semplice parola pronunciata nel momento sbagliato, caricata di implicazioni fuorvianti. Un’etichetta che va oltre l’etichetta, che va oltre, a dirla tutta, la parola stessa. Una parola che indica esclusione, diversità, inferiorità. Una semplice parola che lo ha forgiato, lo ha condizionato, che ha dato vita alla sua paranoia esistenziale, alla sua incapacità di vedersi come quello che è davvero e non come la persona che il mondo ha dipinto, che la storia ha plasmato.
Una semplice parola che di per sé non esprime giudizio; una parola che indica una realtà, una caratteristica, un orientamento. Solo una parola.

A un certo punto di questa storia, il ragazzo ha una ragazza, e a questa ragazza espone la propria teoria: tutti, a questo mondo, siamo al di sopra delle etichette. Tutti, per natura, amiamo cose diverse, ci emozioniamo per cose diverse. E perché, allora, non dovrebbe essere così anche per il sesso? Per l’amore? Il ragazzo non crede negli schemi, in questo senso. Crede che una cosa mai provata non la si possa tacciare per disgustosa. Che un sentimento mai vissuto, mai venuto a sconvolgerci l’esistenza, non lo si possa negare a priori. La ragazza ride, lo stuzzica, gli chiede se in verità non lo dica per pararsi il culo e perché forse, in fondo, è puppu davvero. Ma il ragazzo le confessa che no, non è nulla del genere, che se fosse gay le cose tra loro non funzionerebbero, non sotto tutti i punti di vista.

A distanza di anni da quell’episodio, quando non stanno più insieme ormai da tempo, la ragazza gli confessa di aver capito cosa intendeva; e di capirlo perché passata per quella via, capitombolata giù per quella discesa. Mi sono innamorata di una ragazza gli confessa, un po’ in imbarazzo. E lui, finalmente, egoisticamente, ha d’un tratto davanti a sé la prova tangibile di tutto ciò a cui ha sempre creduto.

Non la prende male, non la vive male. È felice per lei, perché per lui l’amore non ha colori, fattezze, gabbie. Per lui l’amore è ciò che di più universale esista in questa vita, e l’unico sentimento impossibile da contrastare. Quale che sia la forma in cui si manifesta.

 

Non piace, a me che sono ancora un po’ il ragazzo di questa storia, dare alle cose un nome per convenzione. Preferisco dare loro il nome che si meritano, il nome che per me le rappresenta, le racchiude, le identifica.

Alcuni uomini sono attratti e amano altri uomini.
Alcune donne sono attratte e amano altre donne.
Alcuni uomini sono attrati e amano sia altri uomini che altre donne. E alcune donne lo stesso. E chissà quante altre forme! Chissà quante altre sfumature!

Siamo umani, e per questo ricchi di potenziale, ricchi di tutto questo amore che c’è stato concesso di donare e che non è giusto imprigionare dentro un sarcofago a forma di stereotipo.

Alcuni mi dicono che il mio limite, in tutta questa questione, sia parlare d’amore più che di attrazione; e forse hanno ragione, ma sono dell’idea che non ci sia poi tutta la differenza che ci piace evidenziare. Credo che quello che chiamiamo amore sia l’attrazione del cuore e che quella che chiamiamo attrazione altro non sia che l’amore del corpo. E mi hanno insegnato che l’amore è universale, è totale, è assoluto e assolutizzante. E allora che importa? Che importa se la persona da cui il nostro cuore e il nostro corpo sono attratti ha la barba o il seno? Che importa se ha la voce bassa o del fard sulle guance? Che importa se è come noi, se è diversa da noi, se è un po’ come noi e un po’ diversa?

Importa quanto importa che sia bionda o mora, alta o bassa, bella o brutta. Importa quanto importa che sia dolce, buona, gentile, fatta per noi.

Non mi piace l’idea di uomini e donne che, gradino dopo gradino, si ergono su un piedistallo sorretto dalle spalle gobbe e ricurve degli oppressi per elargire una finta sapienza da manuale. Non mi piace l’idea di uomini e donne convinti di poter controllare il corpo, il cuore, che sono le due cose più potenti dell’universo intero.

Non abbiamo voce in capitoli che non sono i nostri. Non dobbiamo e non possiamo averla.

Ma amarsi è la chiave; e questa chiave apre la porta dell’incontro col prossimo. E varcata la soglia non si torna più indietro. Non importa cosa ci sia al di là di essa. Importa attraversarla col cuore gonfio d’amore.

Perché alla fine è l’amore che ci salva.
Senza se e senza ma. Senza schemi, senza gabbie, senza etichette, cartellini, puntatori laser sulle lavagne elettroniche delle nostre identità.

Il ragazzo della storia alla fine è riuscito ad amarsi un po’ di più. Ha ancora tanta strada da fare, ma oggi si guarda allo specchio e sorride.

E sì, alla fine si è innamorato di un uomo: di se stesso.

E allora, che “puppu” sia.

Biagio

 


La rubrica Let’s get loud è nata con l’intento di raccogliere in un unico luogo virtuale le opinioni e le esperienze di vita delle persone LGBT+ e non in Italia. Ogni storia è diversa e merita di essere raccontata. Puoi contribuire alla rubrica scrivendo la tua storia all’indirizzo e-mail: allhumanslgbt@gmail.com.


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