Vorrei sapere cosa si prova, a fare sesso con una donna…

Magari a Londra potremmo fare una cosa a tre…

Era l’estate tra il secondo e il terzo anno di università, quando il mio ragazzo mi ha fatto questa proposta. Stavamo insieme da un anno e mezzo e pochi giorni dopo saremmo partiti insieme per l’Inghilterra. Avremmo trovato un lavoretto estivo in qualche bar per turisti e avremmo vissuto per tre mesi stipati nella stanza doppia di uno studentato, appendendo i vestiti ad asciugare sugli spigoli del letto perché sprovvisti di stendipanni, e dividendo il piano cottura con sconosciuti che condivano la pasta con il ketchup. E ho detto tutto!

< Non sapevo volessi fare una cosa a tre > gli ho risposto, sovrappensiero, stesa sul divano di casa sua, con la testa appoggiata sulle sue gambe. La mia mente riusciva solo a pensare che “in fondo, quel che succede a Londra…”…

< La farei, se a te piace la cosa > ha detto lui < Con te e un’altra donna, però, perché l’idea di andare a letto con un uomo non mi attira >

< Io una donna la bacerei, sarebbe interessante provare. Però non so se riuscirei ad andare oltre… >

È così che gli ho confessato, tra le righe, la mia ricorrente curiosità nei confronti delle donne. Un po’ per caso. Un po’ timidamente. Certo, ne ho studiatamente minimizzato l’entità, ma non ho detto una mezza verità: ero sinceramente convinta, in quel momento, che lo strano e martellante stimolo che da sempre mi faceva compagnia si sarebbe ridotto a quello. Un bacio. Un semplice bacio. Una trasgressione alla Katy Perry per poi archiviare l’accaduto e ritornare presto alla normalità.

Sono cresciuta in una cittadina romagnola. Da ragazzina, ho imparato a camminare su una strada in cui i cartelli erano molto chiari e le regole erano precise. C’erano un giusto e uno sbagliato, un davanti e un dietro, ed etichette ben definite nelle quali riconoscersi oppure non riconoscersi. C’erano le lesbiche. C’erano le eterosessuali. E bisognava capire da che parte stavi il prima possibile.

Più volte, da adolescente, mi ero domandata quale significato avessero le mie “cotte al femminile”. Che peso dovessi dare a quella voglia proibita che ogni tanto mi prendeva, di baciare un’amica, una conoscente, una ragazza al bar. Ma non mi sentivo lesbica. Se gli schieramenti erano gay oppure etero, allora appartenevo indubbiamente alla seconda categoria. Ero fermamente certa che gli uomini mi piacessero e, a dirla tutta, non riuscivo ad immaginare davvero cosa si provasse a non esserne attratta. Sulle ragazze, invece, non avevo sicurezze. Non avevo mai provato. Non mi ero mai concessa la possibilità di farlo…

Avevo sentito dire che la bisessualità non esiste davvero. Che è un espediente che usano le donne eterosessuali per rendersi più interessanti agli occhi degli uomini, oppure è soltanto una fase di transizione, una specie di attenuante che gli omosessuali repressi usano per definirsi, quando hanno paura di ammettere la realtà con sé stessi e con gli altri. E, in effetti, a confermare la teoria c’era il dettaglio non poco rilevante che non conoscevo, né avevo mai sentito parlare, di nessuna persona bisessuale, ad esclusione di qualche eccentrica celebrità che, al di là dello schermo della televisione, definiva fluida la propria sessualità.

Con tutte queste accezioni negative che la bisessualità porta con sé, chi ce lo aveva il coraggio anche solo di pensare di potersi definire con quella parola?

Trasferendomi a Bologna per l’università, molte opzioni si sono aperte davanti ai miei occhi. Ho dovuto imparare di nuovo, da zero, a camminare. Ed è stato molto più difficile. Sono lentamente cadute tutte le mie certezze stereotipate. Ogni passo è diventato una nuova domanda, e se prima per rispondere era sufficiente selezionare una oppure l’altra etichetta, improvvisamente le possibili risposte non erano più due, mutualmente esclusive. Erano diventate mille, diverse. E la maggior parte delle volte non erano né giuste né sbagliate: rappresentavano semplicemente opzioni tra le quali scegliere.

Questo passaggio mentale mi ha salvata. Salvata dal censurare me stessa e dal farmi del male.

A Bologna, infatti, ho scoperto che la bisessualità esiste. E soprattutto che esiste sulla mia pelle, prima ancora che nella società.

Ho scoperto che esiste un grigio e non solo un nero e un bianco. Ho scoperto che a metà tra il giusto e lo sbagliato aleggiano un “dipende”, un “forse” e un “punto di vista”.

Però quel giorno, quando il mio ragazzo mi ha piazzato lì quella proposta, ancora un nome non lo avevo dato, a quello che sentivo. Ancora il coraggio di pensare a me stessa realmente e concretamente insieme ad una donna non lo avevo trovato. E mi è servito un altro anno e mezzo, per arrivare a quel punto.

No, se ve lo state chiedendo, non è stata la cosa a tre, a darmi le rispose che cercavo. Quella cosa a tre è rimasta soltanto relegata alla nostra fantasia e i nostri mesi a Londra sono stati molto più noiosi e casti di ciò che avevamo pianificato… purtroppo!

È stato quando io e lui ci siamo lasciati, circa un anno dopo il nostro viaggio a Londra, che ho cominciato finalmente a fare i conti con me stessa.

Ritrovarsi da soli e con il cuore spezzato può essere terapeutico: quando la vita ti mette alla prova, puoi scoprire tanto sulla persona che sei.

Ho baciato una ragazza. E mi è piaciuto.

I kissed a girl…and I liked it!

È stato catartico, ma è stato solo la punta di un iceberg che dovevo iniziare a dissotterrare. Perché da quel momento, per mesi, il mio pensiero più ricorrente è stato Cazzo. E adesso?.

Una notte di fine estate, ad un congresso nazionale di un’associazione studentesca di cui facevo parte, in un hotel di non ricordo quale città, sono rimasta chiusa fuori dalla mia camera. Tralasciando le mirabolanti e alcoliche avventure che mi hanno condotta a questo imprevisto risultato, il riassunto è che era molto tardi, ero stanca, e mancavano poche ore all’inizio di un’intensa giornata lavorativa. Ho bussato alla stanza di un mio amico. Lui ha aperto la porta in mutande, con uno sguardo confuso. Mi sono stesa nel letto matrimoniale accanto a lui, con addosso soltanto la biancheria intima.

Prima che questa storia prenda una piega a sfondo erotico, forse è giusto specificare che lui è gay. E, probabilmente, mentre fissavo il soffitto buio sopra di me senza davvero riuscire a vederlo, con i pensieri che si facevano rapidi e rimbombavano nella mia testa, la sua omosessualità ha contribuito – insieme ai drink che avevo bevuto – a darmi il coraggio di sussurrare, più rivolta a me stessa che a lui: vorrei sapere cosa si prova, a fare sesso con una donna…

Dopo aver pronunciato quella frase, ho trattenuto il fiato per un’infinità di secondi, come a voler bloccare il tempo, mentre uno spiacevole senso di vergogna mi invadeva lo stomaco. Quella è stata la prima volta che la mia bisessualità ha assunto una forma reale, trasformandosi irrevocabilmente dall’evanescenza di un pensiero alla concretezza della voce.

Francesca

 

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