The Danish Girl: è difficile capire Lili Elbe

Il film “The Danish girl” lo conosciamo tutti, almeno per sentito dire. Ormai sono passati due anni da quando è uscito nei cinema italiani per la prima volta. Come mai parlarne adesso? Per il semplice ed egocentrico motivo che io, che arrivo sempre in ritardo su qualsiasi evento o trend, mi sono decisa a guardarlo solamente due mesi fa e ora sento l’irrefrenabile necessità di condividere le mie impressioni al riguardo.

Sono innamorata di Eddie Redmayne – l’attore protagonista – da quando nel 2014 ho visto La teoria del tutto. Potrete immaginare, quindi, quanto alte fossero le mie aspettative su The Danish girl. Non sono state deluse. Ve lo dico subito, giusto per rovinarvi un po’ il gusto di scoprirlo mano a mano, leggendo l’articolo. C’è, però, qualcosa che mi ha lasciato un po’ di amaro in bocca.

Ma andiamo con ordine. Per chi, come me, è sempre un passo più indietro su ciò che riguarda i fenomeni di massa, questo è un brevissimo recap di quello che vi siete persi: The Danish girl è un film diretto da Tom Hooper e tratto dall’omonimo romanzo di David Ebershoff. È ispirato alla storia vera di Lili Elbe, una delle prime persone ad essersi identificate come transessuale e la prima in assoluto ad essersi sottoposta ad un intervento chirurgico di riassegnazione del sesso.

Lili Elbe all’inizio del film si chiama Einard Wegener. Einar è felicemente sposato con Gerda (interpretata da Alicia Vikander) ed entrambi lavorano come pittori nella Copenaghen del 1926. Sì, non lo avreste mai detto che un film intitolato The Danish girl fosse ambientato in Danimarca, eh!
I due condividono una complicità evidente e quasi palpabile, fin dalla primissima scena. Una complicità che li accompagna lungo tutto il travagliato percorso che porta Lili in vita. Una complicità grazie alla quale i due riescono a preservare il rapporto che li lega, non come moglie e marito, ma come esseri umani.

Lili nasce quasi per caso, quando Gerda propone a Einar di vestirsi da donna per poter posare per uno dei suoi quadri. Così lui, un po’ impacciato, indossa calze e scarpette da ballo. È così che, per la prima volta, Einar osserva timidamente il proprio corpo e vi scopre Lili. Ne scorge l’aspetto, la forma, l’essenza. L’esistenza.

Quella piccola scintilla è l’inizio di tutto. Lili che, sepolta in fondo ad Einar, non ha mai potuto respirare, improvvisamente vede la luce. Inala la sua prima dose di ossigeno e, da quel momento, non vi potrà più rinunciare. L’inizio è lento, delicato. Ogni passo è velato. Lili sperimenta, impara a camminare un piccolo passo alla volta, si scopre con la stessa meraviglia con cui un adolescente impara a conoscere il proprio corpo. Ed Einar è lì. Presente. Coesiste con lei. Si alterna a lei.

Gerda, mostrando una profondità e una sensibilità immense, sembra comprendere fin da subito e senza alcuna domanda più di quanto Einar stesso possa spiegare a parole. Più il tempo passa e più Lili comincia a lottare con tutta se stessa per poter, finalmente, emergere, fino al punto in cui la maschera di Einar cade definitivamente, lasciando a lei tutto lo spazio per esprimersi.

Se nella prima parte del film sembra quasi che Einar stia recitando il ruolo di una ragazza chiamata Lili, minuto dopo minuto diventa chiaro come, in realtà, sia sempre stata Lili a recitare il ruolo di un ragazzo chiamato Einar.

Quello che mi ha lasciata un po’ insoddisfatta, in questa transizione, è la mancanza di un esplicito percorso introspettivo di Lili. Quello che lei prova è lasciato all’interpretazione dello spettatore. Va letto tra le righe, tra un vestito nuovo che Lili compra e un evento mondano a ci partecipa. Questo, probabilmente, crea una distacco con lo spettatore. Una persona non transessuale che guarda il film ha bisogno di capire, di essere accompagnata in certi momenti. Ha bisogno che certe cose vengano spiegate, perché non si può dare per scontato quello che passa nella mente di una persona che non sente suo il corpo in cui è nata. Manca quel tipo di contatto profondo, con Lili. Guardando il film, infatti, la cosa che viene più naturale è quella di immedesimarsi in Gerda. Sembra lei la vera eroina. Aveva un marito e una vita felice e, improvvisamente, si ritrova sola ad affrontare qualcosa di molto più grande di lei. E ha il coraggio di restare. È una donna splendida, indipendente, emancipata e in grado di amare incondizionatamente.

Così quando Lili, arrabbiata, le dice “Einar è morto, io devo pensare a me stessa ora, farmi una vita, e tu dovresti fare lo stesso”, è impossibile non empatizzare con Gerda e, forse, disprezzare un pochino Lili per quel gesto egoista.

È difficile capire Lili. È molto più semplice comprendere quello che Gerda sta provando.

Eppure, forse Lili non è egoista. Forse, semplicemente, quando per troppo tempo fingi di essere chi non sei, arrivi ad un punto in cui hai solo bisogno di pensare a te stessa e a volerti bene. Se ci fosse più introspezione nel modo in cui Lili viene mostrata, forse lo spettatore si immedesimerebbe in quell’atto di egoismo. Lo capirebbe istintivamente, anzi che essere costretto a ragionarci su e “perdonarlo”, piuttosto che “comprenderlo”.

Affrontare un tema così sensibile in modo non crudo e non eccessivamente introspettivo, ad ogni modo, a mio parere non porta con sé solo aspetti negativi: dovendo trarre delle conclusioni, definirei The Danish girl un film delicato, dolce, elegante ed intenso.

Francesca

 

 

Fonti:

Immagine: https://letterboxd.com/film/the-danish-girl/

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