Cartelle di esseri umani: la storia di Martina

È sera. Sono seduta alla mia scrivania, computer acceso e luci soffuse. Sto lavorando ad un progetto grafico e mi è necessario creare una nuova cartella.
Fatto.
Mi chiede il nome.
Un nome, un’etichetta. Una qualità. O forse un sostantivo. Qualcosa di chiaro, riconoscibile. Mi chiede di decidere l’identità di quell’elemento. E da qui, la mia mente divaga e inizia a pensare a tutte quelle volte in cui qualcuno ha voluto mettermi in una casella, dare un nome alla mia identità sessuale, marchiare a fuoco il mio essere.

Da un punto di vista puramente sociologico è naturale e istintivo avere impressioni sulle persone che ci circondano. Ma la questione diventa più labile nel momento in cui si rischia di confondere un’opinione con una caratteristica. Mi spiego meglio.

Mi ritengo omosessuale e da quando mi sono dichiarata tale, sembra che molti abbiano una buona dose di sicurezza nel definire al 100% la mia persona, semplicemente squadrandomi da testa a piedi. Per anni ho portato i capelli lunghi e in seguito corti, mi vesto in modo più o meno femminile semplicemente a seconda del mio gusto. Eppure spesso mi sono sentita chiedere il fatidico: “Quindi nella coppia fai la parte dell’uomo o della donna?” e una volta, ancora più spudorato: “Allora fai la parte della donna, vero?”

Una parte, un ruolo, una posizione. Una sicurezza. Per loro o per me? Se mi dicessero che il mio ruolo deve essere solo e soltanto quello dell’uomo, ad esempio, lo eseguirei alla lettera? Sarebbe tranquillizzante sapere sin da subito come mi devo comportare in questo mondo complesso e particolare che riassumiamo sotto l’acronimo Lgbt? Sarei rassicurata, forse, dal sapere che dall’esterno mi creano già un modello di comportamento. Le scelte, d’altronde, sono solo due. Rude, forte e protettiva, o dolce, fragile e gelosa? Ho il 50% di possibilità. Ma è davvero così?

Vogliamo soffermarci anche solo sulla parola “protettiva“? Cosa intendiamo? Intendiamo la protezione di un uomo, che storicamente si è preso carico fisicamente e finanziariamente della donna, o piuttosto di un istinto materno, di una moglie che nel silenzio si cura dei suoi cari senza chiedere nulla in cambio? Di nuovo. Stiamo procedendo per stereotipi.

E qui la mia teoria si riconferma. Ovvero che solo poche persone hanno (e/o mostrano volutamente) tratti spiccatamente maschili o femminili, con conseguente effetto sulla coppia (etero o non). Come per tante tematiche nell’ambito Lgbt, credo ci sia un’enorme scala di grigi tra ciò che può essere un’identificazione o una differenziazione dal nostro sesso biologico. E sicuramente, se in quanto donna oggi metto un pantalone e domani una gonna, non vuol dire che il mio “ruolo” cambi nel giro di un giorno. Può essere così per alcuni, non lo metto in dubbio. Ma è importante avere molta sensibilità su quest’argomento. Siamo persone e non cartelle di un computer con dei caratteri che le definiscono irreversibilmente. Siamo dotati di un’intelletto e soprattutto di un cuore, di sentimenti che fluiscono giorno per giorno, che mutano, che si mescolano ai nostri pensieri e ai nostri impulsi più profondi. Perchè in fondo, si tratta di rispetto. Non mi piace esagerare, ma ogni volta che mi viene posta la fatidica domanda, la percepisco quasi come un gesto razzista. Come se non fossi un individuo come tutti gli altri, come se fossi qualcosa di speciale, una sorta di alieno consapevole di distinguersi, per qualche motivo, da quella che si vuole definire (o semplicemente, si vuole vedere) come “la maggioranza”.

A voi che leggete, che facciate parte dell’ambiente Lgbt o soltanto di quell’enorme famiglia di sette miliardi di persone chiamata “umanità”, chiedo appunto questo. Di essere umani, comprensivi, di aprire il vostro cuore e la vostra mente a quelle che sono altre realtà. Perché non c’è nulla di strano nell’essere, nel proprio intimo o davanti al mondo, se stessi.

Martina, 24 anni, queer


La rubrica Let’s get loud è nata con l’intento di raccogliere in un unico luogo virtuale le opinioni e le esperienze di vita delle persone LGBT+ e non in Italia. Ogni storia è diversa e merita di essere raccontata. Puoi contribuire alla rubrica scrivendo la tua storia all’indirizzo e-mail: allhumanslgbt@gmail.com.


 

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