Capire se stessi: poche semplici mosse

Capire se stessi è facile, bastano poche semplici mosse…

Prima di tutto dovete…no, scherzavo. Capire se stessi è un casino!

Capire se stessi è difficile. Si tratta di trovare un fragile equilibrio tra tutti gli input che mente, cuore e corpo ci inviano. E chiunque, almeno una volta nella vita, si è ritrovato a chiedersi “Ma che cavolo mi sta succedendo?”, senza sapersi dare una risposta soddisfacente. Ecco, è quella sensazione di non riuscire a fare ordine mentale. Quell’incapacità di far combaciare quello che sentiamo con quello che la razionalità ci suggerisce.

È un po’ come quando, in discoteca, un amico ci parla. Vediamo la sua bocca muoversi. Siamo consapevoli che sta cercando di comunicarci qualcosa. Ci mettiamo sull’attenti per captare le sue parole. Ma comunque non ci riusciamo. C’è la musica alta e i bicchieri che sbattono, le persone che sgomitano e qualcuno che ci pesta i piedi. E poi fa caldo. E per quanto ci proviamo, a captare le sue parole, quelle non arrivano al nostro orecchio.

È successo a tutti. Quella volta che ci sentivamo in ansia, senza sapere da cosa derivasse quella sensazione. O quel periodo in cui la nostra vita sembrava andare alla grande su tutti i fronti, ma noi comunque ci sentivamo continuamente tristi, arrabbiati, o insoddisfatti.

È quella, più o meno, la sensazione che proviamo noi “non eterosessuali” o “non cisgender”, quando cominciamo a porci delle domande sul nostro orientamento o sulla nostra identità.

Ognuno di noi ha la propria storia, alle spalle. Ed ogni storia è diversa. Ma una cosa sembra accomunarci tutti: che duri un giorno oppure vent’anni, ognuno di noi ha conosciuto quella fase di confusione e ha dovuto trovare una risposta alla domanda “Chi sono?” o “Cosa mi piace?”.

E quella fase è grigia. È ibrida, destabilizzante e spaventosa. Non saper rispondere a domande così basilari su noi stessi è una cosa che ci indebolisce, ci terrorizza e ci fa sentire soli.

C’è una sola, unica, apparentemente semplice soluzione: parlare.

Dico “apparentemente semplice” perché, in quel momento, parlare di quello che proviamo è l’ultima cosa che ci passa per la testa. Anzi, per alcuni di noi, è la nostra paura più grande. Pensiamo che nessuno debba sapere, perché giudicherebbero.In più, trasformare quei pensieri in parole li renderebbe troppo reali e noi non siamo pronti a dare spiegazioni a nessuno. Perché tutti se le aspettano ma noi, di spiegazioni, non ne abbiamo.

Siamo convinti che solamente quando avremo una risposta, sarà opportuno comunicarla alle persone. Perché parlare prima di avere certezze, porterebbe gli altri ad affibbiarci un’etichetta che non abbiamo possibilità di scegliere.

In parte, questo è vero. Ma c’è un altro lato della medaglia. Quello che non consideriamo mai. E cioè, il potere dell’empatia. Quando un ragazzo afferma, con convinzione e risolutezza, di essere gay, non sta chiedendo aiuto. O almeno, non esplicitamente. Sta ponendo una persona davanti ad un dato di fatto e ad una conclusione che lui ha già raggiunto. Chi gli sta di fronte potrebbe non avere idea di quello che c’è stato prima, di tutto il percorso e della difficoltà. C’è più distacco emotivo. Quando, invece, quello stesso ragazzo si siede, con la voce un po’ tremante, e racconta che si sente spaventato perché gli stanno succedendo cose alle quali non riesce a trovare una spiegazione, è molto più facile che chi lo ascolta si immedesimi in quello stato d’animo e mostri più comprensione.

Non è così per tutti. Non è una verità assoluta. Aprirsi significa mostrare la propria vulnerabilità e non va fatto con leggerezza. Ma c’è almeno una persona, nella vita di ognuno di noi, che sarebbe in grado di gestire un momento simile. Nei casi più fortunati è un genitore. Altrimenti, può essere un fratello, una zia, un amico, addirittura uno sconosciuto. A volte può essere la persona più inaspettata. Qualcuno che, guardandolo negli occhi, sentiamo che potrebbe avere la sensibilità per ascoltarci senza giudicare.

Serve un luogo sicuro. E serve la persona giusta. Ma credetemi, entrambe queste cose esistono nella realtà di ognuno di noi. Bisogna solo guardarsi intorno, ed individuarli.

Apritevi. Soprattutto se non sapete chi siete o cosa volete, parlarne vi farà molto meglio di quello che pensate. E per farlo, non c’è bisogno di darvi una definizione. Date sfogo in maniera naturale a quei dubbi che vi tormentano da tempo.

La scorsa settimana il mio migliore amico si è messo con una ragazza e io mi sono ingelosito. Vuol dire che provo qualcosa per lui? Oppure mi sento così solo perché non voglio perdere la sua amicizia?

Mi sta crescendo il seno e la cosa non mi fa sentire a mio agio. A volte penso a come sarebbe, non averlo. E forse questo pensiero è sbagliato. Ho paura.

Qualunque sia il pensiero che vi preoccupa, tenervelo dentro vi trascinerà in un vortice che vi schiaccerà verso il basso. Certe volte, quando sono nella nostra testa, i pensieri fanno molto più rumore rispetto a quando sono sulla nostra bocca. Buttatele fuori, quelle paure. Con la persona giusta e nel luogo giusto. Ma fatelo. Starete meglio.

E quello stato di confusione, passerà. Ci metterà un giorno, oppure un anno, oppure di più. Ma passerà. Non pensate neanche per un momento che possa durare per sempre.

E non preoccupatevi, nel frattempo. Avete tutto il diritto di non sapere chi siete. Avete la libertà di interrogarvi sui vostri gusti sessuali e sulla vostra identità. Un giorno vi guarderete indietro e sarete grati nei confronti della vita per avervi posto davanti questa sfida. Perché grazie a quelle domande e a quella confusione, sarete più consapevoli. Sarete abbastanza forti da non temere gli sguardi della gente. Sarete felici.

Avete tutto il tempo del mondo. Usatelo per conoscervi.

Avete tutte le energie necessaria per affrontare questo percorso, usatele per scoprire chi siete e non per mentire sulla vostra reale natura.

Francesca

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