Essere gay in meridione: intervista a Sara

Sara ha 25 anni, ed è omosessuale.

È nata in Calabria, in un paesino di 5000 abitanti nella zona tirrenica della regione. “Essere gay, in sud Italia, è ancora tutt’altro che semplice”, mi racconta durante un’intervista telefonica. La sua storia di accettazione personale e coming out ne sono un lampante esempio.


QUAL È IL CONTESTO IN CUI SEI CRESCIUTA?

La mia famiglia mi è sempre stata legata. I miei genitori mi vogliono bene. In particolare, ho sempre avuto un rapporto bellissimo con mia zia, la sorella di mia madre. Sono cresciuta con il sogno di fare musica, lei mi ha sostenuto emotivamente e anche finanziariamente nei miei studi per permettermi di raggiungere questi miei obiettivi. Mi ha sempre telefonato ogni giorno, per sapere come stavo e per ascoltare i miei racconti su quello che avevo fatto quella mattina a scuola.

Al sud, in generale, la famiglia è un concetto molto importante, in positivo in negativo. C’è questa idea secondo cui qualsiasi cosa succeda, la famiglia deve essere l’unico punto di riferimento, perché “i panni sporchi si lavano in casa”. E questo, in qualche modo, può essere bello. Eppure, questo senso di appartenenza quasi tribale che si viene a creare, va spesso a minare la libertà personale. Se tuo padre possiede una pompa di benzina, tu diventerai un benzinaio. Se tuo padre ha studiato a ragioneria, tu dovrai fare la stessa cosa. Questo è nocivo, perché per quanto sia giusto rispettare la propria famiglia, noi siamo venuti al mondo come individui e dovremmo avere la libertà di realizzare noi stessi, indipendentemente da quelli che sono i piani che i nostri familiari hanno per noi.


COME È STATO IL TUO COMING OUT?

Travagliato. In una realtà in cui certi schemi sono molto ferrei, e ci sono molte regole non scritte che vanno perentoriamente seguite, puoi immaginarti come la diretta conseguenza di “Papà, sono gay” sia “O mio Dio, cosa è andato storto? Dov’è stato l’intoppo nel sistema?.

Nella mia famiglia, ma in molti luoghi del meridione in generale, c’è molta ignoranza in materia. Le persone hanno letteralmente paura dell’omosessualità. La prima volta che, due anni fa, ho provato ad accennare ai miei genitori che ci poteva essere, nel futuro, l’eventualità che io stessi con una ragazza, mio padre mi ha guardato con il terrore negli occhi e mi ha chiesto: “Ma gay si nasce o si diventa? Potrei tipo diventarlo anche io?

Ad oggi, mia mamma è incostante. A volte sembra accettare la situazione, altre volte se ne esce con spiacevoli battute omofobe. Mio padre preferisce non sapere nulla. Respinge l’argomento.

Ai miei nonni non l’ho neanche detto, che sono gay, e non credo lo farò. Sono nati nel ’29 e sono entrambi contadini. Non sono istruiti. Non capirebbero mai. Ma in fondo li perdono, è ovvio che hanno una mentalità più antica e sono cresciuti in tempi diversi.

La persona che però faccio fatica a perdonare è mia zia. Il male più grande, me lo ha fatto lei. Quando ero al liceo, aveva intuito che stavo frequentando una ragazza. Senza neanche trovare il coraggio di pronunciare la parola lesbica, è venuta da me e mi ha detto “Sara, se tu sei così allora noi chiudiamo”. E da un momento all’altro, ha chiuso i rapporti. Il giorno prima mi aiutava a raggiungere i miei sogni in ambito musicale, il giorno dopo sembrava non mi conoscesse neanche più. Più tardi, lei ha avuto un bambino. Mi ha detto che ha “ritenuto opportuno farsi una famiglia sua e non avere più a che fare con me, che ero così”. Da allora, non mi ha mai più telefonato. Per lei, io sono morta. Solamente perché ho amato una ragazza, per lei sono morta.


IN UN CONTESTO COME QUELLO CHE HAI APPENA DESCRITTO, È STATO DIFFICILE PER TE PRENDERE COSCIENZA DELLA TUA ATTRAZIONE PER LE RAGAZZE? IN CHE MODO L’HAI VISSUTA E AFFRONTATA?

È stato difficilissimo. Ci ho messo più di sette anni ad arrivare alla serenità su questo aspetto della mia vita. La prima volta che ho avuto il sospetto di essere attratta dalle donne stavo guardando la televisione e due ragazze si sono baciate. Avevo sedici anni. Ricordo che ho subito ricacciato dentro di me quel sospetto, ma il pensiero è rimasto lì, come un chiodo fisso, e mi ha torturata negli anni successivi, soprattutto quando mi sono messa insieme alla mia prima ragazza. La cosa più complicata da sradicare, dentro di me, è stato il senso di colpa che la mia omosessualità mi faceva sentire addosso. Mi sentivo sbagliata, mi sentivo come se stessi commettendo un peccato, ogni volta che provavo istintivamente attrazione per una ragazza. Così, un giorno ho deciso di confidarmi con un prete. Ero molto religiosa e, in quel momento, tutto ciò di cui avevo bisogno era il perdono. Quel perdono che la chiesa tanto professava. Ma il prete mi ha guardata dritto negli occhi e mi ha detto che l’omosessualità è una malattia, e che avrei dovuto parlarne con uno psicologo. Questo mi ha portata ad allontanarmi dalla chiesa. Poco dopo, la storia con la mia ragazza è terminata. Ho giurato a me stessa che avrei chiuso con le donne, che avrei provato ad andare con i ragazzi. Mi sono perfino autoconvinta che l’attrazione nei confronti della mia ex ragazza derivasse solo da una mia mancanza, da un bisogno di affetto che lei aveva soddisfatto. E per un po’, ogni volta che stringevo amicizia con una ragazza, il mio primo pensiero era “Ti prego Sara, ti prego, non lasciare che questa cosa diventi più di un’amicizia. Non innamorarti di lei. Ero terrorizzata che succedesse di nuovo. Il mio percorso vero e proprio verso la serenità è iniziato con il trasferimento in Toscana, per l’università. Lì, ho conosciuto tante persone – sia eterosessuali che non – che mi hanno aiutata a capire che non c’era nulla per cui sentirsi in colpa, nell’essere gay. Alla fine mi sono innamorata di un’altra ragazza. È successo. E per fortuna, perché è grazie a lei se oggi sono così felice. Lei mi ha insegnato la libertà. Vedere la gioia e la tranquillità con cui si viveva il suo orientamento sessuale mi ha ispirata a fare coming out con tutte le persone che facevano parte della mia vita e ad essere me stessa alla luce del sole, senza più sensi di colpa.


AMPLIANDO UN PO’ LA LENTE OLTRE LA TUA STORIA PERSONALE: L’OMOSESSUALITÀ, IN GENERALE, COME È AFFRONTATA IN CALABRIA?

Al sud, in molti posti, l’omosessualità è ancora considerata una malattia agli occhi della maggioranza. Si pensa che se una persona vive questa condizione, ci debba per forza essere una giustificazione da ricercare nel suo passato. Esattamente come se ti viene il raffreddore pensi “magari ho preso freddo ieri”, se una ragazza è lesbica le persone pensano cose come “è colpa di suo pare, che era violento con lei”, e se un ragazzo è gay l’opinione comune è, ad esempio, che gli sia mancata la figura paterna.

Questa, tra l’altro, è stata un’altra delle battaglie che io per prima ho dovuto affrontare con me stessa, quando ho capito di non essere eterosessuale. Io avevo quelle matrici, quell’idea radicata dentro di me che l’omosessualità fosse una malattia e che io quindi dovessi ricercarne le cause nel mio passato.

Inoltre, da quando nasci vieni educato a discriminare gli omosessuali. A me da piccola piacevano molto le bambole, sì, ma anche le costruzioni. Avevo una raccolta di lego bellissima e che adoravo, ma erano da maschio e quindi non era socialmente accettato che io ci giocassi troppo. Mio babbo mi guardava con preoccupazione se al negozio di giochi scrutavo la vetrina dei giocattoli dei maschi. A scuola, poi, ci sono i gruppetti. I ragazzi non possono piangere, altrimenti sono gay. Le ragazze non possono stringere troppo amicizia con i ragazzi, altrimenti vengono viste come dei maschiacci. E il bullismo è una piaga reale. Il mio migliore amico, Luigi, è gay, e fin da piccolino aveva alcuni atteggiamenti che, per natura, lasciavano intendere la sua omosessualità. A causa di questi comportamenti percepiti come “poco virili”, è stato picchiato e pestato. Ripetutamente. Per anni.

C’è molta omertà sugli argomenti spinosi, come appunto l’omosessualità. Di solito, anzi che affrontare la situazione, la si evita. In famiglia non se ne parla mai. Si ricaccia dentro il problema. Una volta mio padre aveva sguinzagliato Egidio, mio cugino grande, per venire a spiarmi, perché voleva capire con chi mi frequentassi. Io sono stata sincera e gli ho detto che stavo con Giada, la mia ragazza. Con mia enorme sorpresa, Egidio mi ha confessato che anche lui, alla mia età, aveva avuto una cotta per un ragazzo. Gli ho chiesto come avesse affrontato la cosa. “Me la sono fatta passare” mi ha risposto “altrimenti mia mamma mi avrebbe cacciato di casa”.


QUAL È UN CONCETTO CHE SECONDO TE SAREBBE IMPORTANTE TRASMETTERE A CHI VIVE NEL SUD ITALIA?

Io sono convinta che molta della chiusura che esiste in meridione nei confronti dell’omosessualità derivi dalla paura. Le persone non sanno cosa sia, l’omosessualità, così ne sono terrorizzati. Se capissero che, semplicemente, essere gay significa provare amore e/o attrazione per qualcuno, sarebbe tutto molto più semplice.

Francesca

2 pensieri su “Essere gay in meridione: intervista a Sara

  1. confessionidiunadolescente ha detto:

    Articolo molto interessante in cui mi sono potuta riconoscere appieno. Anche io vivo al sud, e ho una paura matta di affrontare ciò che sono. Non a caso il mio blog nasce proprio dall’esigenza di esprimere chi sono davvero. Io vivo in Sardegna, e l’omosessualità diciamo che non viene disprezzata, ma è qualcosa di cui non si parla, si evita sempre l’argomento. Ma le frasi omofobe non sorprendono nessuno, e tutti continuano le loro vite senza dire nulla. Se sostieni i diritti lgbt sei gay, non sei un umano che vuole la parità dei diritti…

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    • All Humans ha detto:

      Spero vivamente che le cose, un po’ alla volta, migliorino, e che le persone inizino finalmente a capire che l’amore è amore, punto. E soprattutto che l’amore deve essere un diritto di tutti, perchè non esistono amori giusti e amori sbagliati.
      Tieni duro! 💪 E non aver paura di quello che senti, perchè è una cosa naturale, e se non ti senti capita ricordati sempre che fuori da lì ci sono tantissime persone pronte a capirti e volerti bene 😊

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