Below Her Mouth: fuori dai binari c’è la vera felicità

Below her mouth, le cui protagoniste sono interpretate dalle attrici Natalie Krill ed Erika Linder, è un film diretto da April Mullen e presentato al Toronto Film International Festival nel 2016.

No, la trama non ha niente di spettacolare. È la più banale che possa venirvi in mente (Spoiler alert). Dallas (androgena, svedese, impenetrabile e dannatamente gay) incontra Jasmine (apparentemente eterosessuale, tutta d’un pezzo, fashion editor, fidanzatissima). Trascorrono insieme un weekend di fuoco, durante il quale Jasmine riscopre una parte di sé a lungo censurata e Dallas per la prima volta riesce ad aprirsi e parlare del suo passato. Parte una serie di scene cliché in stile “passeggiata romantica sulla spiaggia e sesso sotto la pioggia” – perché, davvero, conoscete un posto più confortevole di quello per avere un amplesso? E così, colpo di scena, le due ragazze si innamorano. Il tutto, non si sa come, succede nell’arco di due giorni. Poi c’è il classico ritorno del fidanzato di Dallas, Rile, che coglie in flagrante le due ragazze nella vasca da bagno (no, non stavano solo facendo la doccia). Tragedia greca, seguita poi da un lieto fine.

Quindi, se questo film mi è piaciuto così tanto, sicuramente non è per gli scoppiettanti colpi di scena.

A piacermi è stata la sua autenticità. Non saprei trovare un aggettivo migliore di questo.

La forza di Dallas sta nel descrive se stessa senza, di fatto, farlo veramente. Racconta la sua identità attraverso gli occhi dei compagni di scuola che la chiamavano maschiaccio e della madre che la esortava a comportarsi da ragazza, ma non spiega nulla sul modo in cui lei percepisce se stessa. Quando Jasmine le domanda se avesse voluto essere un ragazzo, lei risponde semplicemente “Volevo solo che mi lasciassero essere ciò che ero”. E questa risposta colpisce dritto al cuore.

C’è un mondo, intorno a Dallas e Jasmine. Il mondo reale. Ma quando loro due sono insieme, tutto il resto sembra così distante. Il lavoro di Jasmine non esiste. Il passato travagliato di Dallas diventa quasi più dolce.

Jasmine rivela a Dallas di aver avuto, da ragazzina, una breve storiella estiva con un’amica. Sua madre le ha scoperte e costrette a troncare bruscamente sul nascere quel flirt. “E tu hai obbedito?” domanda Dallas. La risposta, ovviamente, è sì. Perché Jasmine è una che segue le regole. Ha il lavoro perfetto, il fidanzato perfetto, e i genitori perfetti. Almeno in apparenza.
“Dopo quell’accaduto” racconta Jasmine “mia mamma cercava di accasarmi con chiunque avesse un pene e un lavoro. E io semplicemente ho smesso di pensare a quella parte di me. Ho sepolto quella storia e ho fatto quello che tutti sia aspettavano da me”…ossia, trovare il principe azzurro e fingersi eterosessuale.
Dallas questo non lo capisce. Lei non è come Jasmine. Dallas conosce le regole e consapevolmente le elude. È una di quelle persone il cui modo di essere risulta scomodo alla società.

Nel film si sente, in sottofondo, il giudizio di madri che non capiscono e di padri che sono intrappolati in antiquate tradizioni maschiliste.
“Mia madre mi supporta, almeno finché approva quello che faccio” dice Jasmine. Dallas racconta di come il suo desiderio di lavorare come ripara tetti sia stato ostacolato da suo babbo, che le diceva che per una donna era un impiego pericoloso, e anche da sua madre, che l’ha spinta ad andare via dal paese pur di tenerla lontana da quella sua passione. Quegli stereotipi e quei giudizi sono lì, ma sono latenti. È come se fossero ovattati, perché l’unica cosa che conta è che quando le due ragazze sono insieme, sono entrambe se stesse. Jasmine, abbandonando i tacchi e lasciando che i suoi capelli assumano un look alla Keira Knightley in Pirati dei Caraibi, si toglie la sua sofferta maschera da
eterosessuale, mentre Dallas si toglie quella da dura e comincia, finalmente, a guardare negli occhi la ragazza con cui fa l’amore.

Below her mouth è esplicito. Molto esplicito. Forse, con un po’ di fantasia (e neanche troppa) lo si può dedurre dal titolo steso. Ma non credo che questa caratteristica tolga qualcosa al film. Anzi, le scene di sesso sembrano quasi aggiungere valore alla trama, piuttosto che banalizzarla. È come se attraverso di esse si capisse meglio il percorso interno dei personaggi.

E quando Jasmine lascia Dallas per ricostruire la sua vita perfetta con Rile, il sesso è di nuovo il protagonista. Questa volta, però, al contrario. I due, infatti, non riescono più ad avere alcuna forma di rapporto fisico e questo spiega tutto senza bisogno di parole. Nessuno dei due sembra intenzionato a discutere gli eventi del weekend appena trascorso. Rile non chiede chi sia quella ragazza, vuole solo che sparisca dalla vita di Jasmine. Quest’ultima, poi, non cerca di dare spiegazioni o aprire un dialogo. Semplicemente, spera di lasciarsi alle spalle lo spiacevole inconveniente e ricominciare da dove lei e il fidanzato erano rimasti, come se nulla fosse. Perché questo è quello che Jasmine ha sempre saputo fare. Ma questa volta non funziona. Rile vorrebbe ritrovare la complicità fisica, ma Jasmine piange, perché forse ha imparato che una volta che trovi il coraggio di uscire dai binari, è impossibile rientrarci. Perché fuori dai binari – fuori dalla strada che qualcun altro ha tracciato per noi – c’è la vera felicità. E tornare da Dallas, a quel punto, è l’unica soluzione sensata per poter vivere davvero.

Francesca

 

 

Fonti:
Immagine: https://i.ytimg.com/vi/4pUpaZ6kctQ/maxresdefault.jpg

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