Sono bisessuale…ma sono stata omofoba!

Andare a vivere da sola in una città più grande e universitaria – dopo i primi diciotto anni di vita trascorsi sulla riviera romagnola – è stata la mia fortuna più grande.

L’ho capito solo a posteriori. Anche se guardandomi indietro, adesso, mi rendo conto che probabilmente avrei potuto quanto meno sospettarlo fin da subito. Almeno fin da quella volta che, durante l’estate della maturità, ho trascorso due giorni a Bologna con i miei genitori.

Al tempo avevo un ragazzo da più di due anni. Ci saremmo lasciati da lì a pochi mesi. Ma anche questo, ovviamente, ancora non lo sapevo. Stavo finendo il liceo scientifico, mentre mi preparavo ai test per l’università. Così i miei genitori, emozionati e premurosi, mi hanno scortata in giro per la città in cerca dell’appartamento perfetto in cui affittare una stanza. Anzi, LA stanza. Quella che sarebbe diventata il mio rifugio negli anni a venire.

In questo non c’è l’ascensore, ti tocca fare le scale ogni giorno fino al quinto piano.
Questo non va bene, perché sei persone nello stesso appartamento sono troppe, pensa che casino quando devi studiare.
Questo no, perché è lontano dal centro.
Questo guarda come è sporco, se gli inquilini lo tengono in queste condizioni sapendo che qualcuno deve venire a vederlo, pensa come lo terranno di solito.
Questo non va bene perché ha la cucina troppo piccola.
Questo no, perché è troppo…omosessuale.

Ebbene sì, è andata proprio così. Io ero in piedi sul pianerottolo di un palazzo sconosciuto. Una ragazzina ingenua protetta dai suoi angeli custodi, madre e padre, che con occhio critico scrutavano ogni dettaglio dell’ennesimo appartamento che avevamo visitato e – ovviamente – fotografato, per poterlo poi paragonare a posteriori agli altri. Di fronte a noi, una ragazza. La matita agli occhi, i capelli lunghi e scuri e qualche chiletto di troppo portato con stile. Aveva più o meno la mia età, ma il suo sguardo era più adulto, più temprato. La abbiamo ringraziata, dopo il canonico tour della casa. Le abbiamo detto che ci avremmo pensato e le avremmo fatto sapere al più presto se l’appartamento ci interessava. Saluti di rito. Sorrisi e strette di mano. Arrivederci.

Ci siamo girati per scendere le scale, ma la sua voce ci ha inseguiti.
< Ah! Per evitare eventuali situazioni spiacevoli, ci tengo a specificare che sia io che le altre due inquiline siamo lesbiche >.

Ora lo so. So che quello sguardo era quello di una ragazza i cui primi diciotto anni di vita erano stati meno lineari dei miei. So che quel tono scanzonato che aveva sfoggiato era il frutto delle battaglie che nel tempo aveva dovuto combattere per affermare la propria verità. Già. Ora lo so fin troppo bene. E so anche che quella matita sugli occhi, probabilmente, era lo scudo che la proteggeva dalle persone che, come me, avrebbero deciso di non affittare quella camera da letto in quell’appartamento troppo omosessuale.

Non vado fiera, di questo avvenimento. A volte, guardandomi indietro, penso a come il corso degli eventi sarebbe stato diverso, nella mia vita, se avessi deciso di andare a vivere con quelle tre ragazze. Forse quegli stereotipi che neanche sapevo di avere radicati dentro sarebbero scivolati via in sordina, nella quotidianità di una cena tutte insieme, un film sul divano e tanti esami universitari. Ma soprattutto, forse mi sarei decisa con qualche anno di anticipo a fare finalmente i conti con me stessa e con le voci nella mia testa, che da anni mi torturavano e che da sempre mi ostinavo a censurare. Quelle stesse voci che, in quel momento, mi stavano suggerendo che in quell’appartamento, forse, non mi sarei sentita tanto fuori posto…

Ma la ragazzina su quel pianerottolo si sentiva grande, saggia, e pronta a cominciare la sua avventura universitaria nel modo più regolare possibile. Non aveva niente contro gli omosessuali. Anzi, simpatizzava con loro e con le loro cause. Era estremamente favorevole ai matrimoni tra persone dello stesso sesso. Era, perfino, segretamente e magneticamente attratta dal loro mondo. Ma cosa avrebbero pensato i suoi amici di Ravenna se avessero saputo che avrebbe vissuto in casa con tre ragazze lesbiche?

Credo che questa sia la forma di omofobia più diffusa: non schierarsi contro, ma non prenderne neanche le difese. L’omofobia non è solo quella forza bruta che spinge un milione di persone ad attaccare manifesti e illuminare palazzi al family day, è anche quell’inerzia silenziosa che ne spinge cinquanta milioni a restarsene a casa propria mentre amici, cugini, nipoti e figli omosessuali manifestano al gay pride per ottenere gli stessi diritti che al resto della popolazione sono già concessi.

Lo sguardo di mio padre era puntato su di me, impercettibilmente teso, in attesa della risposta che avrei dato alla dichiarazione della ragazza. Sul volto di mia madre – da sempre incapace di filtrare le proprie opinioni – si è dipinta un’espressione di leggera disapprovazione. Poi subito un sorrisino politically correct.

< Figurati, nessun problema > ho risposto, amichevole.

Qualcosa dentro di me si muoveva. Scalpitava. Faceva quasi male. Mi stringeva lo stomaco come tutte quelle volte che, in passato, avevo per sbaglio pensato di baciare una ragazza. Quando succedeva, mi concentravo subito su altro. Qualsiasi altra cosa andava bene. E lentamente, un po’ alla volta, la stretta allo stomaco si alleviava. Anche quella volta è andata così. La ragazza ha richiuso la porta e io mi sono voltata verso i miei genitori per informarli che non avrei tenuto in considerazione quell’appartamento. Era quello che volevano sentirsi dire. Perché non accontentarli? Loro hanno sorriso e ci siamo avviati verso l’appartamento successivo, che era in pieno centro, vicino alla stazione e a due passi dall’università. Il palazzo aveva l’ascensore. La cucina era grande e recentemente ristrutturata. Le inquiline studiavano una ingegneria e una farmacia. Erano entrambe eterosessuali. Inutile specificare che quello è il posto in cui ho vissuto per i successivi quattro anni.

Francesca

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