Un lungo e travagliato coming out: la storia di Sara [Parte 2]


La rubrica VitaDaQueer è nata con l’intento di raccogliere in un unico luogo virtuale le opinioni e le esperienze di vita delle persone LGBT+ in Italia. Ogni storia è diversa e merita di essere raccontata. Puoi contribuire alla rubrica scrivendo la tua storia all’indirizzo e-mail: allhumanslgbt@gmail.com.


Se non avete letto la parte 1, eccola qui: Un lungo e travagliato coming out: la storia di Sara [Parte 1]

(…Continua)

Un giorno, qualche settimana prima dei miei diciotto anni, fui ricoverata in ospedale per appendicite. Mi avrebbero operato da lì a pochi giorni e, dopo l’operazione, la mia ragazza mi venne a trovare.

In quell’occasione ho dovuto fare i conti con mia zia. Lei aveva notato i nostri sguardi, le nostre mani e i suoi atteggiamenti. Qualche giorno dopo l’intervento mi fece un discorso ben preciso; usó dei termini poco simpatici e molto forti, ma ad oggi comprendo che era lei stessa spaventata dal termine “omosessuale”, così definì la mia fidanzata una “sessuomane”, una “maniaca sessuale”. Mi mise in guardia e fece pressione su sua madre – mia nonna – affinché monitorasse la situazione e facesse “aprire gli occhi a mia madre”. 

Mi dimisero non appena mi ripresi e prima di tornare a scuola passó qualche settimana. 

Quando tutto sembrava essere tornato normale, mia zia mi chiamó al cellulare e mi disse: “Sara, se tu sei così allora con me hai chiuso”. Riattaccó senza darmi la possibilità di esprimermi e non mi chiamó più. 

Passarono nove lunghi mesi… e un giorno, il 25 di febbraio, sentii squillare il telefono di casa.
Io ero con la mia ragazza nella mia stanza, uscii e risposi: era mia zia. Mi diceva che era nato mio cugino. Io non capivo… avevo già un cugino. Ma questo cugino di cui lei parlava era suo figlio. La prima reazione fu un pianto di gioia, ma in realtà dentro di me c’era un buco nero: mi aveva tenuto nascosta una gravidanza, aveva chiuso i ponti con me e tentato di fare un figlio “per conto suo”. Chi era davvero la persona che chiamavo zia?

Rientrai in camera e condivisi la notizia con la mia fidanzata, ma tra noi le cose non andavano già più bene.  Non era colpa del coming out, non era colpa delle nostre famiglie, semplicemente la nostra relazione procedeva male. 

Da lì a qualche mese ci saremmo lasciate perché lei mi avrebbe tradito con un ragazzo, si sarebbe poi trasferita nella capitale e da lì in poi sarebbe stata solo con degli uomini, per poi avere un bambino e sposarsi. 

Dopo tutto questo, la felicità della mia famiglia fu immensa: “finalmente ti sei liberata di quella pazza”, “non aveva una buona influenza su di te”, “beh, per fortuna, ora che vai in Toscana per l’università, andrai a convivere con il tuo migliore amico. Sai, un ragazzo”. 

Sebbene tutti i miei parenti non avessero mai avuto una conferma da parte mia, dalle loro parole trapelava la paura di una mia eventuale omosessualità. 

Il primo anno di università in Toscana fu intenso: io e il mio migliore amico manifestammo dei problemi di convivenza ed a Luglio dello stesso anno mi trasferii con una collega che avevo conosciuto in facoltà e che poi divenne la mia migliore amica. 

Dal secondo anno di università fino alla laurea, io crebbi. La mia migliore amica mi insegnó a sopravvivere, fu come imparare a camminare di nuovo; sapevo cucinare, avevo preso confidenza con la mia femminilità, assaggiavo cibi nuovi, facevo tutto quello che non avevo mai fatto nella mia famiglia. Ebbi anche degli attacchi di panico ed andai da uno psicoterapeuta, ma fu la mia migliore amica a supportarmi e accompagnarmi nel mio processo di guarigione. 

C’era, tuttavia, solo un aspetto su cui non avevo fatto nulla: avevo chiuso il cuore alle relazioni. Sebbene supportassi, ma senza mai espormi, i movimenti LGBT e le cause, avevo paura. E così tra gli amici e i colleghi dicevo che mi piacevano i ragazzi e che avevo avuto una piccola esperienza al liceo. Solo la mia migliore amica sapeva la verità, ma non era un’area su cui poteva intervenire.

Dopo la mia laurea, ero una persona felice. Avevo superato gli attacchi di panico in tre anni, avevo scoperto molto di me stessa ed ora dovevo solo decidere cosa fare per il futuro. 

Mi laureai a Dicembre 2016 e decisi di prendere un anno sabbatico, anche perché ero iscritta ad una scuola di musica ed i corsi finivano a Giugno 2017.  Mentre da Gennaio si iniziava a far largo l’incertezza per il futuro, riempivo questa sensazione di vuoto e malessere con la musica e consolidavo i rapporti con delle persone stupende. 

E fu proprio alla scuola di musica che, a maggio 2017, conobbi una ragazza che mi rivoluzionó l’esistenza. Quel giorno il maestro aveva deciso di annullare la lezione e, anzi, di impiegare quell’ora per parlare di noi, dei nostri sogni e del nostro futuro.  Mi colpì tutto ciò che quella ragazza aveva detto di lei e delle sue aspettative per il futuro e decisi di scriverle. Uscimmo insieme, facemmo lunghe chiacchierate e passeggiate, imparammo a conoscerci ed apprezzare i reciproci pregi e difetti. 

In lei vidi tutta la libertà che non ho mai avuto e che ho sempre voluto e fu grazie a lei che trovai la forza di fare coming out con tutti, compresa la mia famiglia. Quello che non ero riuscita a fare in tre anni di relazione – poi ancora cinque in cui avevo cambiato vita – lo avevo fatto in una settimana, vedendo l’assoluta tranquillità con cui lei viveva se stessa. 

Mi sono sentita improvvisamente così stupida, ho pensato che avrei voluto dire a tutti chi ero perché non c’era nulla di male. 

Lei mi comunicava esattamente questo: non c’è nulla di male ad essere chi sei

I miei amici mi accettarono, anche mia madre, mio padre “preferisce non sapere”, ma in fondo io ora sono felice. 

Sono felice così, perché il miglior regalo che la vita può farti è affiancarti una persona che riesce a rompere le catene come se fossero granelli di zucchero.

Sara, 25 anni, queer

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