Un lungo e travagliato coming out: la storia di Sara [Parte 1]


La rubrica VitaDaQueer è nata con l’intento di raccogliere in un unico luogo virtuale le opinioni e le esperienze di vita delle persone LGBT+ in Italia. Ogni storia è diversa e merita di essere raccontata. Puoi contribuire alla rubrica scrivendo la tua storia all’indirizzo e-mail: allhumanslgbt@gmail.com.


Ciao a tutti: mi chiamo Sara e ho venticinque anni. Ho scoperto di essere attratta dalle donne quando ne avevo sedici, ma quello che considero il mio vero coming out – in primis con me stessa – è successo solo quest’anno, nove anni dopo. 

Della mia “iniziazione saffica” ricordo tutto: era un Sabato, ero tornata da scuola, avevo pranzato e prima di andare al gruppo Scout del mio paese mi ero messa a guardare un film che davano in televisione: D.E.B.S..
Non lo conoscevo, mi sembrava un normale film per teenagers – una ragazza che frequenta un’accademia di spionaggio e una criminale, se non fosse che tra le due, ad un certo punto, inizia una storia d’amore. Ricordo ancora le mie sensazioni quando vidi il primo bacio omosessuale: il mio corpo sussultó, come se si fosse risvegliato qualcosa, e mi venne d’istinto chiedermi se “fossi anch’io così. Naturalmente respinsi profondamente quell’idea e quando il film finì scappai al gruppo Scout per la riunione e le attività d’insieme.  Lì, c’era un ragazzo che mi piaceva e mi buttai a capofitto su quella cotta tentando di dimenticare il film e quanto avevo appena visto. 

La mia vita sembrava trascorrere tranquillamente, ma ogni tanto quelle immagini del bacio ritornavano ed io le giustificavo con i classici ormoni adolescenziali e la mia voglia di avere una relazione. 

All’alba dei miei diciassette anni accadde che il ragazzo che mi piaceva aveva formato una band. Mancava una bassista, allora decisi di comprare un basso, impararlo e far parte del gruppo musicale. Provavamo di sabato – curiosa coincidenza – e quel giorno erano venuti ad assistere alle prove dei compagni di classe del tastierista. Tra questi, c’era quella che poi divenne la mia ragazza

Complice il fatto che sono nata in un paesello del Sud Italia e che, nonostante abbia frequentato il liceo in un paese vicino, tutti hanno più o meno la stessa impostazione mentale, su di lei giravano delle voci poco carine: “è una ragazza triste”, “è sola”, “è asociale”, fino a voci più pesanti come “si fa del male, è autolesionista”. Da brava crocerossina, decisi di fare amicizia con lei e fare luce sulla vicenda, sul perché tutti la escludessero dalla sua classe e quanto, in generale, fosse vero. 

Parlandoci, diventammo migliori amiche; notai che i suoi compagni di classe erano effettivamente un po’ pesanti nei suoi confronti, ma, come scoprii in tre lunghi anni di relazione, la bilancia non pendeva solo da una parte, lei ci metteva anche del suo per non farsi apprezzare. 

Fu una storia molto complicata e turbolenta, principalmente perché tra noi non si configurò un rapporto sano, ma anche perché entrambe, da coppia, dovevamo fare i conti con un paese, con il fatto che facevamo la stessa scuola, che avevamo degli insegnanti in comune, che l’istituto comprendeva quattro licei e che quindi potevamo fare coming out con i nostri amici, ma cosa avrebbe detto l’intera scuola se si fosse scoperto? 

Procedemmo per piccoli passi: lei era molto più spaventata di me e di fatto fummo aperte solo con i nostri amici con i quali uscivamo il sabato sera per una pizza o per un panino. Noi stiamo insieme” fu la prima presa di posizione. I nostri amici ci accolsero come se fosse tutto normale; e così era. Ma questo lo capii solo anni dopo. Dentro di me niente era normale; una parte di me, in realtà, si era arresa e aperta all’idea che l’amore era amore ed ogni giorno che amavo quella ragazza mi rendevo conto che non c’era nulla di così peccaminoso e “sporco” come la Chiesa, ma soprattutto la mia famiglia e i media, mi aveva fatto passare. Al contempo, però, avevo mille pensieri: e se i miei genitori lo scoprissero? E se ci vedessero a scuola? E nel paese? 

Lei veniva a casa mia ed io andavo a casa sua, per guardare un film o per passare semplicemente del tempo insieme, ma se un giorno non fossimo state così vigili e sempre sull’attenti e i miei avessero aperto la porta della camera e ci avessero visto scambiarci un bacio? 

E, prima ancora, tenerle la mano era un reato? 

Gli sguardi, a volte, possono far male più delle parole ed io vedevo gli occhi di mio padre su di me quando capitava solo che mi avvicinassi alla mia ragazza per salutarla prima di tornare a casa. 

In una coppia, l’amore è fatto anche di fisicità, e tra noi furono tre lunghi anni di: “chiudiamo la porta”, “sbrighiamoci perché i miei ora sono usciti”, “e se tornano prima?”, “e se riconoscono la macchina?”, “e se passa qualcuno?”, “e se si sente?

Non potevo vivere così, quindi un giorno le proposi di fare coming out in famiglia. Lei non era pronta, suo padre era un violento e se lo avesse scoperto l’avrebbe rinchiusa per sempre in casa. Aspettammo.

Dalla parte della mia famiglia, invece, non potevo non notare una pressione sempre più fitta. Sapevo che mio padre si consultava con mia madre e con sua sorella. Ed avevo sentito che mia zia e mia nonna stavano “indagando” su questa ragazza. 
Un giorno volevamo amarci senza che nessuno ci disturbasse, così le ho proposto di andare in un appartamento che usavo d’estate; il problema era avere le chiavi. Dissi ai miei che dovevamo fare un progetto per la scuola e che avevamo bisogno del massimo silenzio, ma naturalmente non ci credettero. “Perché non potete farlo qui? Noi ce ne andiamo in un’altra stanza”. “A cosa vi serve veramente una casa in cui state da sole?”.

E come questo ci furono molti episodi, come quella volta al liceo in cui ci stavamo per baciare quando tutti erano ormai rientrati in classe dopo la ricreazione e improvvisamente una studentessa aprì le porte del bagno.
Vivevamo nel terrore, nel terrore che se la gente avesse saputo avremmo dovuto affrontare il bullismo, se qualcuno della scuola ci avesse visto l’avrebbe detto alla nostra famiglia e la nostra famiglia ci avrebbe cacciato di casa, i nostri genitori ci avrebbero picchiato, o chissà cosa. 

I miei compagni di classe avevano notato che, a ricreazione, passavo sempre più tempo nell’altra aula rispetto alla nostra e si chiedevano cosa nascondessi. Pensavano che stessi con il tastierista della band e per un po’ glielo lasciai credere, finché una delle mie amiche più intime non si mise di fronte a me e mi disse: dimmi la verità. Io le dissi che stavo con una ragazza dell’altra sezione e che però ero spaventata dall’idea di farlo sapere. Lei comprese e mi lasció vivere. 

A posteriori penso che lasciarmi vivere fosse la cosa più bella e più giusta che qualcuno potesse fare per me, ma non riuscii a godermi questa libertà. Temevo di essere sotto giudizio anche da lei. 

Comunque, un giorno, qualche settimana prima dei miei diciotto anni, fui ricoverata in ospedale per appendicite. Mi avrebbero operato da lì a pochi giorni e, dopo l’operazione, la mia ragazza mi venne a trovare…… (Continua)

Un lungo e travagliato coming out: la storia di Sara [Parte 2]

Sara, 25 anni, queer

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