Voglio il diritto di scegliere di NON sposarmi

Io lo so che hanno approvato le unioni civili da più di un anno. Quella giornata è stata una pietra miliare, nel nostro paese, e per nessun motivo intendo sminuirne il valore.

È solo che a me, il termine “unione civile”, fa comunque un po’ prurito.

È un passo enorme in avanti, rispetto a prima, questo è innegabile. Ma è anche un passo oggettivamente parziale. Se il matrimonio è il 100%, l’unione civile è il 70%. E per quanto sia comunque tantissimo rispetto a prima, resta sempre quel 30% di diritti non concessi che fanno sembrare l’unione civile poco più che una convivenza ufficializzata. O peggio, un matrimonio di serie B.

Ma perché non ci volete concedere un “matrimonio-e-basta”?
Un matrimonio. Un’unica parola che indichi, semplicemente, il contratto che lega due persone che decidono di formalizzare il loro amore. Indipendentemente dal sesso delle persone coinvolte.

Io credo nell’amore autentico. Credo nella convivenza e nel rispetto. Credo nella scelta di condividere tempo e quotidianità con una persona, svegliandosi insieme, cucinando da mangiare, perfino annoiandosi a volte. Litigando. Facendo pace. Guardando un film in pigiama e dandosi il bacio della buonanotte. Ritengo che per fare tutto questo non serva un contratto, né una fede al dito, né delle regole scritte. Che in altre parole, significa che non credo particolarmente nel matrimonio. Crescendo, non mi sono mai immaginata marciare verso l’altare con il vestito bianco e il velo in testa. Nemmeno quando mi definivo eterosessuale. Però il punto è che, indipendentemente da quelle che sono le mie convinzioni personali, io non ho il diritto di scegliere di non sposarmi.

Non voglio un’imposizione dall’alto. Non voglio che qualcuno decida per me cosa posso o non posso fare.

Voglio avere anche io, come la maggioranza della popolazione, la libertà di poter avere un matrimonio, così da poter esercitare il mio diritto di non celebrarlo.

Tutto questo sembrerà una presa di posizione o un discorso un po’ contorto, ma c’è un motivo per cui, probabilmente, questa cosa brucia così tanto dentro di me. Io sono bisessuale e, da questa prospettiva, le cose suonano piuttosto incoerenti. In pratica, io ho un diritto a metà. O meglio, ce l’ho ad intermittenza. Sono sempre la stessa identica persona, ma se mi innamorerò di un uomo potrò sposarlo mentre se mi innamorerò di una donna al massimo potrò “unirmi civilmente” a lei. Non suona stupido e incoerente, tutto questo? Il genere della persona di cui mi innamorerò, determinerà la natura del contratto con cui potremo formalizzare il nostro amore. È ridicolo.

È vero, è altamente probabile che io, matrimonio o unione civile, non farò comunque nessuna delle due cose. Ma questo non ha nessuna rilevanza. C’è chi ha il diritto, arrivato ad un certo punto della propria vita, di decidere se sposarsi o no. C’è invece chi, questo diritto, non ce l’ha. E questo è profondamente sbagliato.

Io voglio sapere che, se mi innamorerò di una ragazza, avrò la possibilità di sedermi sul divano con lei e dirle che non voglio sposarla, esattamente come potrei farlo con un eventuale lui. Voglio il diritto di discutere con lei, perché magari lei invece un matrimonio lo vuole. Voglio poter cambiare idea e magari sposarmi, per renderla felice o per qualsiasi altro motivo personale. Ma voglio tutto questo, perché finché non esisterà quel diritto, l’unica cosa che resterà a tutte le coppie omosessuali d’Italia sarà l’amarezza di non avere scelta. Di doversi adeguare all’opzione B, e doversi pure sentire grati per aver ricevuto questa parziale concessione. Di unirsi civilmente, perché il “matrimonio vero” non vi andava di concedercelo.

Francesca

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