The mask you live in: perché se piangi sei gay

Io mi ritengo un femminista. Ma oggi voglio gettare una piccola luce su cosa voglia dire per un uomo essere MASCHIO oggi…

Tony è nato in inverno, in una gelida mattina di dicembre, e nel momento esatto in cui è arrivato a casa, tra le braccia del suo papà, la madre lo ha preso, lo ha sollevato, gli ha dato un buffetto sulla guancia e, commossa, lo ha adagiato sul morbido materasso della sua culla. La culla di Tony aveva un bellissimo cuscino color panna, forti, robuste, indistruttibili sbarre di legno ed una sgargiante coperta azzurra. Mamma e papà l’hanno scelto qualche mese prima del parto, senza nemmeno starci a pensare più di tanto: Tony sarebbe stato un maschio, quindi avrebbe avuto bisogno di una coperta azzurra, pareti dipinte di blu, giochi e vestitini “da maschio”, con poche scritte scintillanti e nessuna figura femminile, PER NESSUN MOTIVO.

Mamma e papà vogliono un gran bene a Tony, e non è certo desiderando il suo male che hanno deciso di crescerlo come è ovvio crescere qualsiasi maschio; ma mamma e papà non accettano, crescendo, che Tony possa non amare particolarmente un tipo di cartone animato e desiderare guardarne un altro, magari con più fate che robot, con meno combattimenti e più castelli.
Così, una mattina a colazione, papà si siede davanti a lui mentre la mamma lava i piatti (a casa di Tony papà i piatti non li lava mai) e gli dice: “Tony, perché non ti piacciono i Power Rangers? A tutti i tuoi amici piacciono, non ti piace forse parlarne con loro, a scuola? Che gli racconti, ai tuoi amichetti, quando ti chiedono cos’hai visto in TV ultimamente? Che hai guardato…leWinx?”. Papà ride e scuote il capo. Tony annuisce e risponde che le Winx gli fanno schifo e che le guarda solo per aspettare il cartone animato che trasmettono subito dopo.

A diciotto anni Tony viene mollato dalla sua ragazza. E non piange.
A venti non viene ammesso nell’università dei suoi sogni. E anziché piangere, spacca tutto e tira un calcio al gatto di sua sorella.
A venticinque anni trova la donna della sua vita, che mette al mondo un bambino per lui. E quel giorno sì, gli scende una lacrimuccia, ma solo una, lo giura.
A quarant’anni suo figlio gli chiede consiglio su come conquistare le ragazze. E Tony lo guarda fisso negli occhi, lo afferra per le spalle e, col petto gonfio d’orgoglio, risponde: “Basta che fai lo stronzo, ti fai desiderare e le tratti male. Alle ragazze piace essere trattate male”.
Così suo figlio, il piccolo Giona, una mattina si sveglia, si guarda allo specchio e ricorda a se stesso di dover essere duro, spietato, uno stronzo. Perché è un maschio. È quasi un uomo. È lui, quello forte. E non può essere diversamente.

Tony non è diventato quello che è diventato perché sua madre e suo padre gli hanno comprato una copertina azzurro. Chiunque pensi questo, a mio avviso è un banalista irragionevole. E non è diventato nemmeno quello che è perché sua madre gli ha sconsigliato di guardare le Winx. Non necessariamente, perlomeno. È diventato quello che è (e ha trasformato suo figlio in una copia il più esatta possibile di se stesso) perché gli hanno fatto credere che le due cose siano incompatibili, assolutamente inconciliabili, che o guardi i Power Rangers o c’è qualcosa che non va; che le Winx sono “per femmine”, che se le guardi magari vuol dire che sei gay, o se non lo sei qualcuno potrebbe pensare il contrario e additarti per questo.

Il problema non è la mamma, non è il papà, non sono le Winx.

Il problema siamo noi, che viviamo in questa nuova società di valori sballati, alterati, indescrivibili, incontrollabili. In questa società che si è ridotta (e ci ha ridotti) a vivere la mascolinità come un dramma, e che allo stesso tempo ci ha convinti di non farne affatto un dramma. Siamo sempre pronti a parlare di difesa dei diritti, di lotta ai pregiudizi, di femminismo, di attivismo di genere, ma nessuno ci viene mai a spiegare quanto sia difficile per un uomo vivere questa società, questo presente storico, questa “crisi” della mascolinità.

Io mi ritengo un femminista. E uno che lotta contro i pregiudizi, uno che difende i diritti di tutti, anche di coloro dei quali non comprende fino in fondo il malessere o le difficoltà.
Ma oggi voglio gettare una piccola luce su cosa voglia dire per un uomo essere MASCHIO oggi.

Ci viene detto di non piangere, di non essere deboli, di non amare troppo, di difendere con la violenza quello che è nostro, di non farci mettere i piedi in testa, di essere rocce, di essere il punto focale, il punto saldo, che il mondo lo mandiamo avanti noi.
E se non siamo così? E se piangiamo, di notte, prima di andare a dormire? E se preferiamo le Winx ai Transformers? E se abbiamo voglia di abbracciare un amico semplicemente perché gli vogliamo bene o ci sentiamo soli? E se abbiamo bisogne di donne forti che ci tengano in piedi?
Allora qualcosa non va. Allora bisogna parlarne, bisogna fare qualcosa, bisogna “capire dove sta il problema. Bisogna anche vergognarsene un po’, sì, perché no, solo un po’.

In The Mask You Live In, un documentario facilmente reperibile sulla piattaforma Netflix, la regista Jennifer Siebel Newsom analizza le radici di questo fenomeno pericoloso e bisognoso di cure, e lo fa non solo con la propria visione quanto piuttosto con la voce degli uomini; maschi di ogni età, che vivono più o meno consapevolmente suddetta crisi, che condiziona le loro vite, le loro giornate, i loro futuri.

Con l’aiuto di esperti sciorina statistiche, affronta casi, fronteggia previsioni, e lo fa catturando lo spettatore, spaventandolo, preoccupandolo, accendendo in lui una piccola fiammella, un piccolo grande interesse, il desiderio improvviso di voler fare qualcosa al riguardo.

Parla di violenza, di sentimenti, di repressione, di droghe, di pornografia, di aspetti della vita di tutti i giorni che a prima vista non ci sembrerebbero collegati per nessuna ragione a un’ipotetica crisi della mascolinità, ma che eppure danno alla vita di noi uomini un sapore diverso, un sapore amaro, un sapore che mandiamo giù senza nemmeno sapere perché; un gusto che accettiamo e che non mettiamo in discussione.

Perché siamo figli di questo tempo, figli della storia del mondo, figli di una società senza più identità, senza più bussole, fari e riferimenti vari.

«Non risolveremo mai il problema della disparità fra i sessi se non ci fermiamo a valutare l’impatto delle aspettative culturali su quei bambini che un giorno diventeranno uomini», afferma la Newsom; e credo che questa sola frase racchiusa perfettamente tutto ciò che The Mask You Live In è e ha rappresentato per me.

Consiglio vivamente la sua visione, a uomini, donne, ragazzini, bambini, tutti.

Una luce accecante che anziché costringerci a chiuderli, ci forza ad aprire gli occhi, a spalancarli. E, se abbiamo fortuna, a non dimenticare che è tutto nelle nostre mani.
Un documentario sincero, che infastidisce per la sua fedeltà al vero e commuove con le sue storie di vita vissuta; una storia di circa 92 minuti che parla di umanità.

Biagio

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