Jason Collins: un nero gay in NBA.

Classe 1978. Nazione: USA. Giocatore di basket professionista (NBA).

“Vorrei non essere il ragazzino che in classe alza la mano e dice “Sono diverso”. Se fosse andata come volevo io, lo avrebbe già fatto qualcun altro. Ma non l’ha fatto nessuno ed è per questo che alzo la mano”.

Jason Collins

È stato descritto come il primo atleta professionista a dichiararsi apertamente gay, nel 2013.

In realtà, che sia il primo in assoluto è discutibile. Ad esempio, molti anni prima – in un’epoca in cui purtroppo ancora i media e la società non erano neanche lontanamente pronti a questa dichiarazione – Glenn Burke (giocatore di baseball major league) aveva fatto coming out. Ma non è questo il punto. Che Jason Collins sia stato il primo o meno, non ha troppo peso. Quello che conta, è che Collins è stato il primo a fare finalmente rumore.

Glenn Burke, riguardo al suo coming out, aveva commentato con amarezza: “Penso che abbiano semplicemente fatto finta di non sentirmi. La mia non era la storia che erano pronti a sentirsi raccontare”.

La società però, per fortuna, è cambiata ed è tutt’ora in evoluzione. Così, quando Jason Collins ha coraggiosamente deciso di parlare di sé, la sua voce è stata ascoltata.

La notizia è stata a lungo discussa, al punto che alla fine la gente si è stancata.  C’era davvero bisogno di far sapere a tutto il mondo chi si porta a letto? È una cosa sua, privata!” hanno commentato in molti.

Ma queste sono le parole di qualcuno che si vuole tappare le orecchie. Le parole di chi non vuole sentire. Perché la risposta è: sì, c’era davvero bisogno. Ce n’era un bisogno immenso, del coming out di Collins.

E non perché a qualcuno di noi interessasse profondamente sapere a chi Jason dia il bacio della buonanotte prima di addormentarsi, ma perché è arrivato il momento di eliminare il dogma secondo cui per essere un atleta di successo bisogna essere assolutamente, indiscutibilmente e ostentatamente eterosessuale.

“Darò l’esempio mostrando che i giocatori gay non sono diversi da quelli etero”.

C’era bisogno del coming out di Collins perché un ragazzino gay o bisessuale che sogna di praticare un qualsiasi sport a livello professionale ha diritto di sentirsi dire che è possibile. E che non sarà il suo orientamento sessuale a impedirgli di raggiungere i suoi sogni.

C’era bisogno del coming out di Collins perché il ragazzino omofobo che da sempre idolatrava Jason Collins è stato, improvvisamente, costretto a fare i conti con i suoi stereotipi più radicati. Forse ha appreso la notizia del coming out con il cuore infranto, certo. Ma nella sua testa, silenziosamente, si sono delineate domande come “Ma come è possibile che il mio eroe nero, alto e prestante, sia gay?”. Oppure “Ma i gay non erano quelli un po’ sfigati ed effemminati?”. E non dico che, grazie a questo episodio, il ragazzino omofobo sia diventato uno sfegatato alleato della comunità LGBT. Quanto meno, però, qualche dubbio gli è sorto. Ed è già qualcosa.

Quindi grazie, Jason Collins. Per il tuo coraggio, per aver aperto la strada a molto altri successivi coming out nel mondo sportivo, e anche per le parole che hai scelto per raccontare il tuo percorso di accettazione personale.

“Nessuno vuole vivere nel terrore. Ho sempre avuto paura di dire la cosa sbagliata. Non dormo bene, non ci sono mai riuscito. Ma ogni volta che dico di me a una persona, mi sento più forte e dormo un pochino meglio. Serve una quantità enorme di energia per nascondere un segreto così grande. Ho sopportato anni difficili e sono arrivato agli estremi nel tentativo di vivere in una bugia. Ero certo che il mio mondo sarebbe crollato se qualcuno avesse saputo la verità. E poi, quando ho accettato la mia sessualità mi sono sentito completo per la prima volta. Aveva ancora lo stesso senso dell’umorismo, avevo ancora lo stesso modo di fare e i miei amici mi stavano ancora accanto”.

Francesca

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