Etichette: le amo e le odio.

Sapete una cosa? Sono bisessuale.

Sapete un’altra cosa? Odio la parola bisessuale.

Odio il modo in cui questo termine, implicitamente, divide le persone in due categorie opposte – donne e uomini – non lasciando spazio ad altre sfumature. Poi, odio il fatto che assuma questa connotazione sessuale, come se tutto ciò che ci sta dietro – la possibilità di innamorarsi e provare sentimenti profondi per una persona – fosse secondario e trascurabile.

C’è chi direbbe che il termine pansessuale racchiuda meglio la mia idea di amore e attrazione fisica. Forse è vero. Però una domanda mi sorge spontanea: ma è davvero necessario inventarci così tante parole e definizioni, sempre più specifiche?

Ho la forte impressione che le etichette siano un rimasuglio della vecchia generazione. Erano indiscutibilmente necessarie in un tempo in cui la comunità LGBT era invisibile e il Pride era solo un’utopia. Ma oggi, in una realtà in cui i giovani sono sempre più allergici alle definizioni, è davvero ancora sensato aggrapparci a quelle etichette?

Sono chi mi sento di essere, e amo chi voglio amare. Punto. C’é un nome per questa cosa? Io la chiamo libertà personale. E dovrebbe essere comune a tutti gli esseri umani.

Se la libertà personale fosse un concetto realmente applicato nel concreto, forse non esisterebbero termini come gay, pansessuale, transessuale, gender fluid, queer, demisessuale e qualsiasi altra parolina ci siamo inventati negli anni per incasellare ogni singola identità e orientamento.

Che bisogno ci sarebbe di dire “sono gay”, in un mondo in cui nessuno ti giudica sulla base di chi ti porti a letto? Che senso avrebbe affermare di essere “transessuale” in una società in cui le persone restano impassibili davanti alla tua richiesta di essere chiamato “Giorgio” piuttosto che “Giulia”? Sarebbe semplicemente sufficiente dire “Sono un essere umano”. Tutto il resto, non conterebbe.

Le etichette ce le siamo inventate noi uomini. Ogni volta che scrutiamo chi abbiamo davanti, in cerca di ciò che lo fa risultare diverso da noi, rendiamo necessaria la presenza di un’etichetta che delimiti il confine tra noi e lui.

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Sei vegetariano? Entra nella stanza dei vegetariani e prenditela con gli onnivori che si ostinano a fregarsene di quei poveri animali. Sei vegano? Entra nella stanza dei vegani e prenditela con quegli onnivori insensibili, ma ancora di più con i vegetariani perché non hanno abbastanza palle per essere radicali nelle loro convinzioni. Sei onnivoro? Vai a rintanarti nella stanza degli onnivori e prenditela con i vegetariani perché sono strani e ti vogliono convincere delle loro idee, e anche con i vegani perché, cavolo, sono decisamente esagerati. Ma se ognuno mangiasse il cavolo che vuole e, semplicemente, cominciassimo a renderci conto che al di là di cosa abbiamo nel piatto, di chi amiamo, di quanti soldi abbiamo e del nome del Dio in cui crediamo, sono molte di più le cose che ci rendono simili, rispetto a quelle che ci rendono diversi?

Le etichette non ci uniscono, ci separano.

Eppure, io tutt’ora mi ostino a definirmi bisessuale. E un motivo c’è: le etichette le odio, ma un po’ le amo anche.

Ho capito che, nel mondo in cui viviamo, la libertà personale non è ancora un concetto pienamente applicato. Purtroppo.

In questa società, in cui ci ostiniamo a puntarci il dito contro a vicenda per ogni minima cazzata che ci allontani dalla normalità statistica, le etichette hanno l’enorme pregio di farci sentire parte di una comunità. Parte di una realtà fatta di altre persone che si sentono come noi e che, per questo, possono capirci.

E’ rassicurante, riconoscerci in un’etichetta, perchè essere diversi diventa più sopportabile, se lo si può essere insieme a qualcun altro.

Ho imparato che le etichette vanno bene per qualcuno e non vanno bene per qualcun altro. Ma in termini assoluti, credo non sia un’etichetta ad essere sbagliata, ma la società. Perché è la società a rendere necessaria un’etichetta per chi non appartiene alla maggioranza. Ed è orribile. Questa cosa fa schifo. Vorrei che non fosse così. Ma è così, e allora le etichette, purtroppo, ci servono ancora.

C’è un’enorme differenza, però, tra il sentirsi genuinamente parte di una categoria e il denigrarne un’altra solo perchè diversa rispetto alla nostra. Abbiamo tutti questa nociva tendenza a schierarci contro un nemico comune, perché farlo ci fa sentire forti e uniti. Vegani contro vegetariani. Eterosessuali contro LGBT. Omosessuali contro bisessuali. Cisgender contro transgender. Ma non dimentichiamocelo, che dietro ad ogni altra etichetta c’è qualcuno che, per quanto si riconosca in qualcosa di diverso rispetto a noi, vuole solo sentirsi capito e accettato nell’autenticità di quello che prova.

Un’etichetta ha un valore positivo solamente se ci rende forti, senza ledere la forza altrui.

Francesca

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