I’m coming out

 

Ciao, mi chiamo Francesca e sono bisessuale.

Ora, a quasi ventiquattro anni, è relativamente facile fare questa affermazione. Ma non è sempre stato così.

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Coming out of the closet… (Ventisettesimo scatto. Le precedenti 26 foto erano perfino più disagiate di questa).

La prima volta che ho ascoltato Lei, lui e lei di Biagio Antonacci avevo sedici anni.
Ero una ragazzina innamorata, cullata dalla sicurezza della propria relazione eterosessuale.  Non sapevo fino in fondo cosa significassero quelle parole. Eppure c’era qualcosa, in quel testo. Qualcosa di affascinante, misterioso, magnetico. Qualcosa che mi costringeva a premere di nuovo play sull’i-pod, mentre fissavo il soffitto bianco della mia stanza, stesa sul letto, con le cuffie nelle orecchie.

Lei, tutto il giorno pensa a lui e lei…

Questa frase mi avrebbe tormentata negli anni a seguire. Ma ancora non lo sapevo, in quel momento. Non ne avevo la consapevolezza razionale. Erano parole che toccavano una parte profonda di me, ma non mi preoccupavo – o non volevo preoccuparmi – di domandarmi il perché.

Lei, quando pensa al sole pensa a lui.

E pensavo a lui. Al mio ragazzo. Quello che mi faceva girare la testa. Quello che, tra l’altro, per puro caso, era Siciliano, proprio come il “lui” della canzone.

Lei, quando piove, piove insieme a lei.

E qui non pensavo a niente. Niente di specifico o razionale, almeno. Era più una sensazione, quella che si delineava nella mia mente. Una sfumatura di malinconia. L’intensità dell’amore proibito. Questa “lei” non era una persona definita. Aveva solo l’aspetto di un bacio del quale avrei voluto conoscere il sapore.

Ma tutto, in fondo, scorreva normale.
Sì, è vero, c’era stata quella cotta estiva per quella mia amica al college in Inghilterra, quando avevo undici anni. Ma lei era più grande di me, magari era solo ammirazione. Niente di più.
Sì, è vero, c’era quella strana stretta allo stomaco quando guardavo Julia Roberts stesa sul pianoforte in Pretty Woman…e, no, Richard Gere non mi era mai piaciuto. Ma forse era normale che mi facesse quell’effetto, in fondo era semplicemente una scena molto intensa.
E sì, è vero, c’era quella curiosità latente di baciare quella ragazza che frequentava il mio stesso liceo. Ma era – appunto – curiosità, no?

Sì. Lo era. Per forza. Perché c’era lui, e ne ero innamorata. C’erano i suoi occhi, le sue labbra, le ore trascorse insieme a parlare, e quei brividi la prima volta che le mie mani erano andate oltre i suoi vestiti. Quindi no, non potevo essere lesbica.

Poi le lesbiche erano una realtà quasi surreale. Erano quelle ragazze vestite da maschi, con i capelli tagliati cortissimi e un uso del linguaggio poco ortodosso, che si vedevano a volte in qualche film. Film in cui, però, non erano mai le protagoniste. Le protagoniste erano sempre belle, magre e ben lontane dal mettere in discussione la propria eterosessualità.

Non avevo mai visto una lesbica dal vero. Forse esistevano solo a Los Angeles, o in qualche altra metropoli. Forse, appena si accorgevano di essere lesbiche, le ragazze si trasferivano in una città grande. Io abitavo a Ravenna, una piccola cittadina romagnola dove tutto rientrava nei canoni e le persone che uscivano dai binari erano solo i ragazzi drogati che bazzicavano davanti al liceo classico. E giravano da quelle parti solo perché accanto al classico c’era l’istituto tecnico, ovviamente, perché quelli del liceo sono ragazzi per bene, non si drogano.

Avevo sedici anni, la realtà era un binomio. Buoni o cattivi. Giusto o sbagliato. Bello o brutto. Destra o sinistra. Non avrei riconosciuto una lesbica neanche se mi si fosse parata davanti con una vagina tatuata sulla fronte, perché ero troppo forviata dagli stereotipi per capire veramente dove e come guardare.

Fin da bambini, ci insegnano ad ignorare e tenere le distanze da tutto quello che minaccia la cultura di normalità a cui tanto disperatamente ci aggrappiamo.

Poi sono cresciuta. Ho cambiato ambiente. Mi sono trasferita a Bologna per l’università. E ho scoperto che tre mie ex compagne di scuola sono lesbiche, che un mio amico del liceo fa la drag queen in un locale gay e che una delle mie amichette delle medie ora è un uomo transessuale felicemente fidanzato con una ragazza.

Probabilmente, se smettessimo di essere quotidianamente accecati da stereotipi di ogni tipo e genere, ci accorgeremmo finalmente che ogni essere umano è diverso dall’altro, che non esiste un concetto chiamato normalità, e che la realtà è molto più flessibile e meravigliosamente ricca di sfumature di come ci ostiniamo a volerla vedere.

Francesca

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